Primavera ma non troppo

La primavera scompone aspettative e malinconia a pezzetti, ritaglia angoli dai ricordi e li incolla sulle pagine del diario.

Dici dieci anni fa e poi ti accorgi che sono venti.

Dicevano che il tempo è un bastardo, la letteratura ha sempre ragione.

Di W. ricorderò sempre che non si faceva chiamare con il suo nome, sui volantini delle discoteche. Ne aveva scelto uno che ci assomigliava, ma non era il suo. Era una primavera piovosa anche quella, ma non faceva tutto questo freddo. Lei faceva l’alba ballando vestita da sposa, io mi alzavo alle sette e andavo a scuola, alle quattro del pomeriggio mi chiamava e non aveva ancora mangiato, io andavo a casa sua e le facevo la bistecca.

Quando veniva da me si incazzava perché camera mia era in un caos perenne, mi aveva costretta a mettere tutte le sue lettere ordinate in una scatola.

Sono ancora tutte nelle scatola, le tue lettere, W.

Sono ancora tutte in ordine, nel disordine del tempo.

A F. non ho mai chiesto cosa volesse dire quel messaggio, il cavallo in D9.

L’ho letto ubriaca nel controviale di corso San Maurizio – era sempre primavera, pioveva anche allora, perché adesso ci lamentiamo? Ha sempre piovuto e la città scintillava, eravamo noi a non sentire il freddo, the rain was never cold when I was young, anche la musica ha sempre ragione.

Avevo letto il messaggio con il cavallo in D9, avevo chiesto a Sau che era con me, ma che cosa vuol dire? non lo sapeva neanche lei. Fosse successo già solo qualche anno dopo avremmo googlato, o forse fossi stata più previdente avrei imparato a giocare a scacchi, nella vita, sai mai che cosa ti torna utile, e invece.

Non te l’ho mai chiesto che cazzo ci faceva ‘sto cavallo in D9, F., e poi è stato troppo tardi, e non sono nemmeno sicura che fosse 9 o un altro numero, adesso che i ricordi svaniscono nella foschia degli anni.

Mentre la consapevolezza che le cose che vuoi dire o chiedere è meglio farlo subito perché poi non si sa mai, quella non svanisce, e dovremmo usarla più spesso, per non farci mordere da piccoli rimpianti quando la vita ci prende in contropiede.

Di B. ricorderò sempre molte cose importanti e meravigliose, ma la più stupida è che mangiava sempre un pezzetto di pane dopo il dolce. Un frammento appena. Io ero bambina e non capivo come si potesse cancellare lo zucchero con la mollica, lui mi diceva, non c’è un perché, mi piace così.

A B. ho sempre fatto un sacco di domande, e anche quando ero molto piccola, e mi ha sempre risposto prendendomi sul serio.

Mi ha presa sul serio anche quando avevo deciso che volevo fare la cantante suscitando l’ilarità generale, mi ha regalato una chitarra, io non ho mai conosciuto nessun altro che avrebbe potuto regalare una chitarra a una bambina stonata e completamente inetta come me, solo lui.

Non ho mai imparato a suonarla e per il bene dell’umanità non ho neanche mai cantato, mi è rimasta però quella consapevolezza, che per quanto assurdi fossero i miei sogni e le mie domande, lui era disposto a dar loro una chance.

Tu hai visto in me anche cose che non ci sarebbero mai state, B., perché nella vita, dicevi, non si sa mai.

Di M. ricorderò sempre che avanzava sempre mezza tazzina di caffè. E io la volta dopo gliene mettevo meno, e lui ne lasciava sempre comunque un po’, e ci ho messo mesi a capire che non era questione di quanto ne versassi, era più una cosa di non berlo tutto.

Ma non ricordo invece se mi desse fastidio, mi facesse sorridere, o semplicemente lo accettassi come qualcosa che avrebbe sempre fatto, che aveva sempre fatto, dal giorno uno in cui aveva iniziato a bere il caffè.

Ed è strana questa cosa di ricordare le persone per dei gesti staccati da tutto il contesto, per dei dettagli del tempo che abbiamo trascorso insieme, e che davvero non hanno alcun significato se non quello che ricostruiamo a posteriori, quando in primavera fuori la pioggia cade e fa rumore e sembra durare per sempre.

Ma non può piovere per sempre, diceva quel famoso film, e se abiti a Torino l’affermazione può sembrarti controversa, ma oh, se hai deciso che ti vuoi fidare della letteratura, e della musica, allora ti fidi anche del cinema, metti nello zaino l’ombrello insieme ai ricordi, le cuffie nelle orecchie, esci di casa e vai.

 

do/don’t

Non parlare di politica.

Non scrivere commenti. Non leggere le ondate di follia dei commentatori dei post altrui.

Non guardare, non sentire.

Non parlare.

Morditi le dita, le mani tutte, gli avambracci fino al gomito, le orecchie – sarà mai possibile mordersi le orecchie – e gli occhi – quando ti sembra di essere giunta al limite massimo di idiozie che puoi sopportare? L’esasperazione che vince la fisica.

Incappare in due frasi  – entrambe attribuite a Martin Luther King.

Una dice:

La Storia dovrà registrare che in questo periodo di transizione sociale non ci fu solo lo stridente clamore delle persone cattive, ma il silenzio spaventoso delle persone buone.

Ed è per questo che a fine giornata mi ritrovo seduta a tavola con l’Orso, e ci diciamo che chi ci fa paura (l’Orso, per essere precisi, dice schifo) in fondo è il nostro vicino di casa – no, non il signore squinternato che effettivamente abita al primo piano, ma l’Uomo – la Donna – Qualunque.

Che non si vergogna più delle sue meschinità e delle sue miserie, anzi, ne ha fatto stendardo. Che ha pronto il registro delle colpe altrui, per affogare nel silenzio le sue responsabilità.

Che vuole vedere al comando gente uguale, a lui, perdio!

Perché è sicuro che comunque farebbe meglio – lui, e per interposta persona qualcuno che gli somiglia.

Ma io non voglio qualcuno che mi somigli, a decidere le cose grandi. Voglio qualcuno che sia meglio di me. Che abbia studiato di più, e cose che io non so, e che abbia un cervello migliore, confini più ampi, una statura diversa.

E quando con sconforto mi dico, non c’è, mi rendo conto che questo deserto è il prodotto perfetto di anni passati ad abbassare l’asticella, a rassegnarci al meno peggio, all’appellarci all’ideale, tana libera tutti in nome di una bandiera tramortita e offesa dalla cecità e dall’inettitudine.

[E chi l’ignoranza l’ha coltivata, chi ha fischiettato distogliendo gli occhi da disparità e ingiustizie, chi non ha mosso un dito per la battaglie civili, che non c’era e se c’era dormiva: manco quelli si vergognano. Dev’essere un virus].

Non parlare di politica, non rispondere ai commenti, taci chiudi gli occhi, fai i conti con te stessa e con quello che puoi al chiuso della tua cabina elettorale, dopo esci, fatti una pera di Negroni e spera di svegliarti con un’amnesia devastante che abbia inghiottito tutto quello che è stato fino ad ora.

Ma a me fa paura questo clima, leggere certe frasi che secondo me dovrebbero causarti imbarazzo solo a pensarle, figurati a scriverle pubblicamente.

Mi fa paura la gente che non sa le regole della grammatica, né quelle del vivere civile, pur avendo avuto tutti gli strumenti e le occasioni per impararle.

Mi fa paura chi si pasce dell’odio pensando di gettarlo contro indiscriminati e lontani “altri” – manco fossimo sull’isola deserta di Lost – e vorrei chiedere scusa, al signore di mezza età pakistano con lo zainetto che va a mettere i volantini nelle buche sotto la pioggia, al mio fruttivendolo, alle badanti delle nostre nonne, all’indiano che mi tritura i marroni per vendermi una rosa, alle nigeriane che si ghiacciano il culo sulla statale in mezzo al bel viavai di maiali, alla mia sartina cinese, vorrei chiedere scusa, perché di tanti bei posti al mondo sono finiti in questo paese di stronzi dalla memoria corta.

Mi domando che senso abbia farci tante superpippe culturali su La ferrovia sotterranea, i libri necessari, i presidi culturali, quando poi metti piede fuori dalla tua bolla ed è un troiaio di razzismo e odio febbrile dove il più pulito, moralmente parlando, c’ha la rogna.

Mi domando cosa resterà di noi quando i grandi vecchi che ci raccontavano la storia saranno tutti morti, la nuova generazione di vecchi non mi pare tanto all’altezza.

Ma se non fossimo sull’orlo del baratro seggio, avrei tutta questa paura?

Mi dico sì, certo.

E vorrei che fosse chiaro – qui dentro non ci sono indicazioni di voto, c’è solo lo sgomento davanti a quello che è il paese reale, le persone reali, la brava gente, che mi terrorizza a morte.

Vorrei che avessimo studiato le cose elementari quando avevamo l’opportunità – l’obbligo – di farlo, perché studiando – un po’, il minimo indispensabile – ti rendi conto che non è così banale e facile avere un’opinione ragionata su cose grandi come l’economia politica, i vaccini, il welfare o la legislazione.

Vorrei che fossimo migliori, uno per uno, perché allora sì, avere una classe dirigente che ci assomigli varrebbe la pena, sarebbe una cosa buona, e invece, nazionalmente parlando, facciamo cagare, e le campagne elettorali lo dimostrano.

Sono una donna eterosessuale bianca italiana con un lavoro senza disabilità invalidanti, e sono spaventata a morte, non tanto dal risultato elettorale che sarà quel che sarà e in qualche modo ce lo faremo andare, quanto dal mare di merda che è venuto fuori a livello umano durante questi ultimi mesi.

Che sicuramente era già lì, eh, ma scusate, io me ne sono accorta adesso.

E la seconda frase di Martin Luther King di cui parlavo all’inizio non me la sono dimenticata, eh.

È questa:

Anche se sapessi che domani il mondo andrà in pezzi, vorrei comunque piantare il mio albero di mele.

 

 

Cinque canzoni [Sanremo Edition]

È un post difficile perché conta grandi esclusi.

Mi sono interrogata in profondità: volevo scoprire dentro di me la risposta definitiva, il Moloch della mia formazione musicale infantile. Le cinque canzoni che per me sono Sanremo – non le più famose, le più cantate, le più riascoltate, ma quelle che, con una magica combinazione di note e parole, hanno segnato il mio imprinting.

Quelle che oggi mi fanno dire: sì, questa è una canzone da Sanremo, oppure, no, buu, non siamo mica al Festivalbar.

Bando alle ciance, alle premesse, ai rimpianti.

Eccole.

Storie di tutti i giorni, Riccardo Fogli, Sanremo 1982


Storie di noi brava gente, 
che fa fatica, s’innamora con niente, vita di sempre, ma in mente grandi idee.
Un po’ la storia della mia vita, che dire? Il Riccardone nazionale all’epoca sfoggiava il physique du rôle del seduttore della porta accanto (e secondo me qualche brividone inatteso l’ha regalato pure quest’anno, sotto la pelliccia di castorino di tante spettatrici batte un cuore giovane).
L’epica di questa canzone è nella verve rockettara e nel testo colmo di empatia, anticipa gli Uomini Soli di dieci anni dopo (un giorno in più che se ne va, un uomo stanco che nessuno ascolterà), l’insoddisfazione di questo amore che non è grande come vorrei, lo sguardo fiero di chi è provato ma non sconfitto, espresso dalla potenza vocale di un piùùùùù prolungato, cantato alla finestra di una periferia crudele, dove forse c’è una donna al balcone che innaffia i gerani ed è pronta a raccogliere la sfida e a ingrandire questo amore quanto basta.

Sarà quel che sarà, Tiziana Rivale, Sanremo 1983

Questa canzone mi entusiasmava molto, fa presagire grandi amori, dando voce al fatalismo spinto che mi avrebbe poi accompagnata di cazzata in cazzata per il resto della mia vita.
Se anche l’acqua poi andasse all’insù, ci crederei perché ci credi anche tu. Sorvolando sulle rime azzardate, che sono un po’ cifra stilistica di tutto il brano, qua è chiaro il riferimento a una donna innamorata che si rende perfettamente conto delle supercazzole a cui è quotidianamente sottoposta, ma decide di non darci peso.
Una storia siamo noi, con i miei problemi e i tuoi, che risolveremo e poi…E qui va in scena un po’ la Rossella O’Hara dell’Ariston, domani è un altro giorno, adesso vieni a tavola che scolo la pasta.
Forse è anche grazie a Tiziana Rivale se non ho mai avuto la fregola di sistemarmi, mettere su casa, famiglia, acquistare animali domestici, stabilire piani di risparmi quinquennali, e all’alba dei 40 anni vivo ancora un po’ così, come viene, stiamo insieme da 10 anni ma non è niente di serio, dài.

Si può dare di più, Morandi, Ruggeri e Tozzi, Sanremo 1987

Non so se ho mai parlato pubblicamente del mio amore per Gianni Morandi in questa o altre sedi, ma lui è stato per la mia infanzia quello che Axl Rose è stato per la mia adolescenza.
Inoltre con Si può dare di più veniva finalmente introdotto il tema sociale nelle mie playlist, finora popolate, alternativamente, di amori finiti in maniera tragica e strani ometti blu.
A sette anni avevo attaccato sulla porta della mia cameretta l’adesivo del WWF e quello contro il nucleare, mi sembrava bello e nobile poter cantare Perché la guerra, la carestia, non sono scene viste in TV, e non puoi dire lascia che sia, perché né avresti un po’ colpa anche tu.
In questo sicuramente c’entravano anche le suore, Marcellino Pane e Vino, i biglietti di Natale dell’Unicef e finisci quello che hai nel piatto, uno strano groviglio di suggestioni che in definitiva forgiava la mia etica.

[Umbertone ci avrebbe riprovato con Gli altri siamo noi, a cavalcare l’onda del volemose bene ai poveretti della società, ma io personalmente l’ho sempre preferito in versione Stella Stai]

Gianni, Umberto ed Enrico parlavano a tutti, ma senza spocchia: come fare non so, non lo sai neanche tu, ma di certo si può dare di più. Interrogativi pressanti, portati alla coscienza degli italiani, ben prima che si scoprisse che bastavano un pugno di like e una condivisione ben piazzata su Facebook per appianare le più disparate questioni di responsabilità civile.

Dopo la tempesta, Marcella Bella, Sanremo 1988

Tu cuore non hai, perché mi spezzi quando vuoi.

Poi sarebbe arrivata Janis Joplin a consolarmi nei miei momenti di donnamerdismo, ma a otto anni c’era solo lei, Marcella, permanentata e volitiva, che mi metteva in guardia dai pericoli dell’uomo figo ma stronzo.

Forse oggi, visti i tempi che corrono, non sarebbe più indicato cantare cose come gli schiaffi presi e poi ridati, bicchieri frantumati, ma c’era tutta una verve selvaggia che su di me aveva un appeal incredibile. Lo volevo anche io, il vento caldo, quando fosse stata ora, e vasellame in testa a chi non lo capiva.
Ancora oggi, secondo me, è la canzone più terapeutica da cantare dopo i litigi di coppia, crogiolandoci nei nostri cliché di donna incompresa e maschio barbarico e seduttivo. Minacce a vuoto, sangue caliente, sesso riparatore, recriminazioni. Non vorrei espormi troppo, ma per me questa canzone resta un classico da cui non si può prescindere.

La notte delle favole, Tania Tedesco, Sanremo 1988

Premetto già che di Tania Tedesco mi piaceva tantissimo il look e questo forse può avere avuto un suo peso nell’ascolto ossessivo di questa canzone per tutto il 1988.

Poi: parlava di me! Io vorrei che i grandi fossero bambini e credessero alle favole, e che tornasse il gusto dell’ingenuità. Se c’era una più ingenua di me in quegli anni, non so, forse non è arrivata alla maggiore età. Io sognavo un mondo di adulti fagiani che saltellassero qua e là in abiti pastello, un mondo basato sul baratto e gli allevamenti di pony. Tania Tedesco – apprezzavo anche molto il nome, va detto – era un po’ la mia cantante di regime, in questo senso. Fuori Mameli, dentro Tedesco.
Tra l’altro, nel verso ci unisce là mà-gì-à di essere nati anticipa di parecchio l’uso fantasioso della metrica che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica di un tal Pezzali.

Uno dei pezzi più sottovalutati della storia dell’Ariston, ecco. Ma forse non è troppo tardi per rimediare: andate su Spotify e fate di lei una star, ADESSO.

Bonus track (non poteva mancare, eh):

Maledetta primavera, Loretta Goggi, Sanremo 1981.
Non avrei inserito questa canzone, ma non per altro: perché non riesco ad associarla precisamente a Sanremo. La associo un po’ a tutto della mia vita: le serate alcooliche, il Pride di Genova del 2009, i viaggi in macchina di allora e di adesso, un’audiocassetta gialla con il logo della Barilla, best of sanremese omaggio di qualche triplo pacco di tortiglioni.

Non so se davvero esista qualcuno che riesca a non cantarla quando parte, a non riconoscerla seduta stante quando la passano da qualche parte, se c’è qualcuno che non si è mai sentito perculato dall’odore frizzante nell’aria che risvegliava l’ormone e scatenava desideri inconsulti.

I topoi ci sono tutti: l’innamoramento subitaneo, l’abbandono, lo struggimento, l’ugola che vibra nel richiamo di un amore che era meglio di no, ma in fondo chi se ne frega, sì.

[Per la stesura di questo post mi sono consultata con svariate persone e ho, come inedito, l’ospitata di ben due top five di persone a me molto care, e che hanno gusti musicali ben più raffinati dei miei. Uno è l’Orso, l’altro il mio Socio Anonimo Massimo. Eccole qui:

Orso:

  1. Si può dare di più, Morandi – Ruggeri – Tozzi, 1987
  2. Perdere l’amore, Massimo Ranieri, 1988
  3. Ci sarà, Al Bano e Romina, 1984
  4. Ti lascerò, Oxa – Leali, 1989
  5. Adesso tu, Eros Ramazzotti, 1986

Bonus track: Per Elisa, Alice, 1981

Massimo:

  1. Per Elisa, Alice, 1981
  2. Luce (Tramonti a nord-est), Elisa, 2001
  3. Tutti i miei sbagli, Subsonica, 2000
  4. Maledetta primavera, Loretta Goggi, 1981
  5. Controvento, Arisa, 2014

Bonus Track: Vacanze Romane, Matia Bazar, 1983.

Come noterete, Massimo si discosta parecchio dalla tradizione, ed è stato un po’ maltrattato per questo].

Belli e dannati

C’è una cosa che devi sapere di me, perché se iniziamo a stare insieme comunque prima o poi lo scoprirai da sola, mi ha detto l’Orso tipo al secondo appuntamento.

Vedi, ha continuato, io ho una maledizione, la maledizione delle file. Entro in un posto, non c’è nessuno, mi distraggo un attimo a guardare il menù o gli articoli in esposizione, mi giro e si è formata una coda chilometrica di persone davanti a me.

E poi: se sono in fila da qualunque parte – al supermercato, alle poste, in aeroporto – succede sempre qualche casino e la mia coda non va mai avanti.

Io ho sorriso e l’ho presa un po’ sottogamba, ma, per alleggerire l’atmosfera, gli ho detto: figurati, io ho la maledizione degli acquisti online. Qualsiasi cosa io provi ad acquistare online, da qualsiasi sito, ha un intoppo o non arriva proprio. Un anno avevo ordinato a inizio novembre un sacco di regali di Natale su Urban Outfitters: mi hanno mandato una mail l’8 dicembre dicendo che l’ordine aveva avuto dei problemi, e che comunque non sarebbe arrivato per tempo, e che quindi mi restituivano i soldi e ciccia.

Questo succedeva dieci anni fa, ma la mia maledizione è intatta.

Una volta ho comprato un libro fuori catalogo da una libreria reminder con solo ottimi feedback, non è mai arrivato. Un’altra volta, un paio di pantaloni sul sito di Cos (in negozio era finita la mia taglia) hanno vagato per la città per una decina di giorni, perché il corriere non trovava l’indirizzo. L’ultima volta, la settimana scorsa, mi ha telefonato il signore della TNT perché sull’etichetta non era venuto stampato l’indirizzo di consegna.

[Nota Bene: io non amo particolarmente comprare online. Mi piace provare la roba, chiacchierare con le commesse, fare amicizia nei camerini. Compro online solo quello che non ho modo di trovare nei negozi. E meno male. Se no andrei in giro nuda].

La mia maledizione, dicevo, è intatta: ma non solo. Ho ereditato anche quella dell’Orso.

La maledizione delle file è particolarmente virulenta. Inoltre, può esprimersi in vari modi: soft, hard, hardcore double penetration con sabbia.

Soft è praticamente la regola. Il fattore umano in coda è in media così composto: ho davanti un signore del Sichuan occidentale appena arrivato a Torino che paga solo in galline vive e pizze di fango.
Poi c’è una signora che ha tre pezzi nel carrello e altri seicendododici nella borsa di Mary Poppins.
Poi c’è un ragazzino che ha svaligiato la cassetta delle offerte in chiesa e paga un tris di ovetti Kinder da 2 euro in monetine da un centesimo.
Poi c’è un anziano artritico che estrae gli euro uno per uno dalla tasca del paltò facendone rotolare a terra uno su tre, non bastano, estrae il portafoglio, la cassiera non ha il resto, chiede ha mica moneta e ricomincia la danza.
Poi c’è la quarantenne stravolta con quattro figli urlanti di fame sonno e malattie esantematiche manifestatesi durante la permanenza in cassa, che su venti pezzi ne ha la metà senza codice a barre e deve andare a sostituirli uno per uno, mentre i figli organizzano un sit-in di protesta al banco frigo.

Poi ci sono io.

Hard è di natura più tecnica: finisce il rotolo della carta, finiscono le monetine, il bancomat non ha la linea, c’è il cambio turno in cassa, si è rovesciato un litro d’olio sul rullo e va pulito, il cassiere è al primo giorno di training la settimana di Natale e va nel panico con un cliente sì e uno anche, storna e suda con le lacrime agli occhi e io vorrei rassicurarlo, dirgli che non è colpa sua, che appena ce ne andremo noi da quella infausta cassa tutto tornerà come prima.

Abbiamo cercato di aggirare la questione in almeno due modi.
Uno: facendo la spesa alla Coop col pratico marchingegno che ti consente di registrare tutti i prodotti prima di metterli nel carrello, e poi di scaricare la spesa direttamente alla cassa automatica, pagare e uscire. Ogni tanto sono previsti dei controlli, per cui, a caso, il cliente è fermato, deve rimettere tutta la spesa imbustata sul rullo, la cassiera ricontrolla il conto e segnala eventuali discrepanze.
Il che, com’è logico, serve ad evitare che la gente rubi, infatti se il conto è giusto ti danno dei punti in più sulla carta fedeltà.
Ecco: a noi il controllo – che, ripeto, è random – succede tutte le volte. TUTTE. Abbiamo vinto un sacco di punti, perché le nostre spese erano sempre minuziosamente registrate, ma capirete che l’intenzione primaria – aggirare la maledizione e fare un po’ più in fretta – decade e muore in un colpo solo.
Due: facendo la spesa al Carrefour, dove ci sono solo due blocchi di casse e la fila unica. Noi, signori, abbiamo bloccato la fila unica. Dall’altra parte la coda scorreva via liscia come l’olio, dal nostro lato tutti fermi e isteria collettiva.

Hardcore double penetration con sabbia è la vetta raggiunta una settimana fa al minimarket dietro casa. Una sola cassa aperta. Sei persone circa davanti. Ci mettiamo in fila. Si blocca la cassa. Aprono un’altra cassa. Aspettiamo un po’, incerti. Il blocco non accenna a risolversi, un capannello di cassieri, magazzinieri, responsabili e passanti cerca di studiare l’inspiegabile fenomeno, io e l’Orso fischiettiamo con aria innocente.
La cassiera ci invita a cambiare cassa.

Ci spostiamo. Le sei persone intanto sono diventate ventisei. La cassa da cui ci eravamo spostati si sblocca, tra il sollievo generale.

Si blocca la nostra.

Decidiamo di non migrare più, aspettiamo pazientemente. Finalmente, risolto il problema tecnico, la fila procede. Abbiamo solo una signora davanti. La signora davanti ha una spesa medio grande, diciamo sugli 80 euro. La signora davanti a noi paga tutto con buoni pasto da tre euro l’uno. La signora davanti a noi non sa che dal primo gennaio i suoi buoni pasto vanno grattati uno per uno.

La signora davanti a noi gratta, uno per uno, circa 30 buoni pasto.

L’Orso invoca il nome del signore con abbinamenti arditi. Io valuto se diventare respiriana e risolvere la questione della spesa una volta per tutte, o se afferrare il mio etto di prosciutto cotto e il litro di latte della Centrale e scappare urlando fuori dalle porte automatiche, invocando l’infermità mentale.

Ah, e poi c’è anche quella volta che abbiamo provato a fare la spesa online.
Lì è stato il colpo di genio perché le nostre maledizioni fila al supermercato + acquisti online si sono sommate.

Metà degli articoli scelti non c’era. Il giorno in cui dovevano consegnare l’ascensore era rotto. E, dulcis in fundo, abbiamo pagato due volte.
Una volta al momento dell’ordine, la sera prima.
La seconda volta, io live con il fattorino che consegnava e che mi ha fatto vedere che sul foglio era scritto, sì, che avremmo pagato con carta di credito, ma al momento della consegna, e se non pagavo si riportava via il mio tonno riomare e tanti saluti.

Io ho pagato.

Ma aveva pagato anche l’Orso la sera prima.

Per il rimborso ci sono volute tre settimane e velate minacce – a vuoto, tipo so dove vivi e come si chiama il tuo cane. Ma sono una centralinista di Matera, non importa, ho un cugino pazzo a Matera, fammi il rimborso o te lo scateno contro.

Non c’è una morale in questo triste racconto. C’è solo la consapevolezza che devi avere tanta pazienza, portarti sempre dietro un libro per far passare il tempo mentre sei in coda, e soprattutto: impara a far durare le provviste.

[Oggi mi sono focalizzata sul supermercato, ma: succede ovunque. Anche al casello. Anche al check-in. Anche quando schiatteremo, probabilmente, avranno smarrito le chiavi per i cancelli dell’aldilà].

They’re all revved up and ready to go

 

Quando avevo 16 anni sono andata a sentire i Ramones in concerto a Milano.

È stato uno degli ultimi live, credo. Era il 1996. Sedici anni, per l’esattezza, dovevo ancora compierli, ma avevo già giurato a me stessa che non avrei commesso lo stesso errore fatto con i Nirvana, che non avevo visto nel febbraio del 1994, perché tanto figurati se non torneranno quando sarai più grande.
Quello che è successo quattro mesi dopo, se lo ricordano tutti. Oltre al dolore del lutto, mi sentivo sul capo pure la corona di Sua Fagianità Imperiale perditrice di concerti.

Avevo appuntamento sul treno per Milano con il mio amico D. e altri compagni d’avventura suoi.

Paleolitica, questa cosa, di darsi appuntamenti un po’ al buio, non intervallati da un miliardi di messaggini  – dove sei – treno preso – siamo fermi alla stazione di Sarcazzo, in ritardo di dieci minuti – eccomi arrivo – in che carrozza sei.

Che poi andava tutto bene lo stesso: l’amico D. salito sul treno alla stazione giusta, l’incontro nel vagone, il resto del viaggio fino a quello che allora era il Palatrussardi, l’attesa di cento milioni di ore davanti al palazzetto, un numero imbarazzante di sigarette e vino rosso e la pipì negli angoli e le mani gelate.

Quello che invidio di più alla me stessa sedicenne è la capacità di non sentire il freddo. Io che se potessi oggi andrei in giro avvolta nel piumone da ottobre a maggio, che la canottiera la tolgo solo a luglio perché comunque all’ombra fa freschino, io che mentre scrivo sto abbarbicata al termosifone come un koala all’eucalipto, allora sfidavo le intemperie senza batter ciglio.

D’inverno usavo il chiodo, il giubbotto più inutile della storia. Sempre aperto – anche a Praga sotto la neve. Avevo deciso che il chiodo, chiuso, era da sfigata. Amen.

La canottiera non l’avrei messa neanche se mi avessero dato dei premi in denaro. Sciarpa, cappelli, guanti? Non pervenuti. Magliette di cotone, camicie a quadrettoni, occasionali maglioni da uomo che trasformavano la mia già scarsa fisicità in qualcosa di molto simile a un pescatore delle isole Shetland. Ero proprio un bell’ometto, basso e tozzo, mi mancavano solo la lenza e la pipa.

Però almeno non avevo mai freddo.

Comunque appena cominciato il concerto ho perso tutti. Nel casino del pogo, della musica, della mia faccia sbalordita davanti ai movimenti convulsi di Joey Ramone con l’asta del microfono. Vedevo solo lui – lui alto, io bassa. Il resto della band avrebbero pure potuto essere i Gazosa con la parrucca, perché scorgevo solo qualche scampolo di capello ogni tanto.

Ricordo di aver bevuto una birra con una ragazza sudamericana che studiava a Firenze, maltrattato uno che si strusciava con la scusa della ressa – evidentemente gli piacevano i pescatori scozzesi – e scambiato battute alcooliche con gente varia di ogni età.

[L’altra cosa incredibile dei miei sedici anni è che mi sembravano tutti vecchissimi. Jim Morrison morto a 27 anni? Beh dai, la sua vita l’ha fatta. Certo. Come no. Richiedetemelo adesso, signori, che quando leggo il necrologio di qualcuno nato dopo il 1917 lo catalogo subito come “decesso prematuro”].

Non ricordo la scaletta, la concatenazione degli eventi, il plot di quella giornata. Sono flash e immagini, vivissime e scollegate fra loro.

Dopo il concerto, sono uscita da sola dal palazzetto, sperando di ritrovare l’amico D. Ho comprato un poster gigante di Rocket To Russia, a cui sono stata abbracciata come un polpo per le ore successive e che adesso campeggia nel mio salotto, dopo essere stato per anni nella mia cameretta. Ho ritrovato l’amico D. Ho trovato mio cugino, che abitava nei paraggi di Milano e mi è venuto a prendere per dormire a casa sua. Tutto questo senza cellulari e solo sulla fiducia nel cosmo, ci tengo a ricordarlo, soprattutto adesso che è tutta una frenesia di WhatsApp visualizzati non risposti e aggiornamenti di stato controllati in maniera frenetica.

Il mattino dopo ho preso il treno per Torino ad un orario impossibile e sono andata a scuola, ché quella di non perdere scuola il giorno dopo era la conditio sine qua non per andare a vedere il concerto.

Ho varcato le porte del Regio Liceo con uno sputo sulla giacca e la faccia di una che ne ha viste un sacco, nel mondo.

Ero solo andata a un concerto, sicuro, ma l’altra cosa che invidio ai miei sedici anni era quella densità del tempo, quell’effetto serra sui minuti e sulle ore che li dilatava, li impregnava di senso, per cui una frase o un gesto erano materiale di studio per gli anni a venire, figuriamoci i Ramones a Milano.

Era un gennaio di tantissimi anni fa, faceva freddo ma io non lo sentivo.

Se dovessi dire di che cosa sono fatti i ricordi forse userei proprio questo per cercare di dare una forma empirica a qualcosa che esiste ma non esiste: frammenti, dettagli, sensazioni, variazioni nella realtà avvenute col tempo attraverso il racconto. Tutto dentro di me, aggrovigliato e pieno di colori.

E un poster di Rocket To Russia attaccato al muro.

Il viaggio fin qui

Un giorno una ragazza mi ha scritto su Facebook e mi ha chiesto, fra le altre cose: ma sul tuo blog non c’è un post in cui racconti come hai cominciato a fare la libraia? Perché a me piacerebbe tanto fare il tuo lavoro, e non so da dove partire.

Lì ho pensato: è vero, non c’è. Magari lo scrivo.

E più pensavo a quello che dovevo scrivere, più le mie risposte mi portavano a delle domande. Che non c’entravano niente, in sé, con la nuda cronaca degli eventi. Erano domande più profonde, più difficili da sciogliere.

Premessa numero uno: io non sono mai stata una brava nei percorsi lineari. Io alle cose normali ci arrivo sempre facendo la strada lunga, storta, pestando le merde, con la cartina al contrario. In tutti gli ambiti della mia vita: per arrivare in un posto, mi devo perdere. Il che è strano, perché invece per strada ho un ottimo senso dell’orientamento, ma insomma, sarà il contrappasso.

Premessa numero due: io non mi vergogno del mio percorso, anzi. rispondo sempre con dovizia di particolari e una discreta logorrea a chi mi chiede come sono arrivata fin qui. Non mento, non edulcoro, anche perché, in tutti i miei errori, non ho poi mica ammazzato nessuno. Sono scesa a patti con la mia fallibilità, che è, peraltro, molto più alta della media (per dire: a scuola? Bocciata. Patente? Bocciata, presa poi al secondo tentativo il giorno che mi scadeva il foglio rosa. Colloqui di lavoro fallimentari? Innumerevoli. Ad libitum, sfumando).

E però.

C’è un po’ questa tendenza, mi pare, a raccontare il fallimento come anticamera inevitabile del successo. Il che va benissimo: sbagliando si impara e un sacco di persone sono molto in alto, adesso, dopo essere state parecchio in basso.

Non bisogna vergognarsi dei propri sbagli eccetera.

Quello che ha iniziato a risuonarmi falso, in tutta quest’apologia del fallimento, è che le storie – giustamente – raccontate del per aspera ad astra tendono a lasciare nell’ombra tutte le altre, quelle del per aspera ad ancora più aspera, o quelle del per aspera ad mediocritatem, che sono poi, fatemelo dire, la maggioranza.

Ora, la mia non è – mi pare ovvio – una storia di successo à la J.K.Rowling, per cui non credo che ci sia il rischio di fare proselitismi estremi con gente che apre librerie in posti sperduti indebitandosi e poi viene  a citofonarmi a casa, vestita di stracci e cartelle Equitalia, accusandomi di aver detto che si faceva così.

Però, mi pare, non è neanche il modo giusto per imparare a vendere libri. È, semplicemente, stato il mio modo. Ma non lo consiglierei a nessuno, né potrei giurare che funzioni per qualcun altro.

E l’idea di mettermi qui, raccontare i miei disastri in maniera propedeutica, facendo la simpatica umorista sulle mie inettitudini, concludendo che è tutto bene quel che finisce bene e infatti eccomi qua a fare il mestiere più bello del mondo, mi pare non renda giustizia a niente.

Quando si commettono errori gravi nell’ambito del mettersi in proprio, come prima cosa si perdono un sacco di soldi. Ma un sacco. E, se siete abbastanza fortunati da non aver mai avuto grossi cazzi con i soldi, lasciatemi dire che è un pensiero che si inghiotte tutto il resto e non lascia spazio a niente altro. Datemi mille drammi d’amore, palate di cellulite fin sui lobi delle orecchie, dilemmi esistenziali che in confronto Amleto era uno zarro dell’autoscontro, piuttosto. L’altro giorno con la mia amica Frankie ripensavamo a un dato periodo di sfiga nera monetaria, e ci siamo rese conto che, con la terza socia bionda, quando ci vedevamo parlavamo solo di quello. Ci sentivamo tristi, prigioniere, esauste.

Insieme a tanti soldi, perdi anche autostima, orgoglio, indipendenza. E sono cose che è dura recuperare. Poi impari anche che i soldi vanno e vengono, e che la cosa più importante è la salute, ti trovi a ribadire l’ovvio anche per ridimensionare certe voragini che ti si spalancano dentro. Però, ecco, proprio a dire che tanto non importa e vissero felici e contenti, no.

In questi mesi si è parlato un sacco della responsabilità di quello che pubblichi online: ci sono stati post, ma anche semplici chiacchierate intorno ad un tavolo. Quando scegli di rendere pubblici i tuoi pensieri e la tua vita, per quanto piccolo possa essere il tuo bacino di lettori – come nel mio caso – ti ritrovi a controllare bene quello che hai scritto, a rileggerlo dieci volte più una, cercando di non lasciare spazio a fraintendimenti. Un po’ perché non hai voglia di processi alle intenzioni – che sono una delle abitudini più fastidiose dell’internet – e un po’ anche perché il fatto che tu possa scrivere qualsiasi cosa non implica che tu debba farlo.

Ed è per questo che quando mi è stata chiesto in maniera diretta e gentile di raccontare come sono arrivata a fare quello che faccio in maniera soddisfacente e professionale, ho capito che l’unica risposta onesta è, non lo so. Io ho fatto così, ma se riesci a non farlo anche tu, è meglio.

Il mio viaggio fin qui è fatto di inciampi e di errori, e non è il paradigma di niente se non della mia storia, né può essere decontestualizzato. Se può servire a qualcuno, forse, è solo per chi ha già fatto i suoi sbagli, e magari è ancora lì nella pauta fino al collo che si sente un coglione. Allora lì posso dire, non preoccuparti, ci sono finita anche io, poi passa. Ribadire – di nuovo – l’ovvio, magari strappare un sorriso, magari attenuare una solitudine.

Poi in realtà ci sono delle cose che mi sentirei di consigliare a una persona che vuole fare la libraia, eh. Non è che sono proprio così fagiana da non aver imparato niente [qua lo scrivo incrociando le dita perché non si palesino colleghi e clienti a dissentire con il dito di mogano]. E non è detto che non le scriva, un giorno o l’altro.

Una cosa del tipo: tutto quello che avrei dovuto sapere, ma che ovviamente non sapevo, perché quando una nasce storta e si incammina con piedi a banana lungo gli imperscrutabili sentieri della vita, l’unica cosa che si porta appresso è quel cazzo di senno di poi.

 

 

Raccontarla giusta

Quand’è che una roba esce dalla tua testa e diventa vera?

Di solito, per me, quando decido di raccontarla.

E questa è un’arma a doppio taglio, perché una volta che l’hai tirata fuori, non hai più scuse. Certo, puoi sempre abbandonarla in autostrada, ma di solito tornerà a visitarti quando meno te l’aspetti e a dirti, ehi, ti sarai mica dimenticata di me?

La cosa che ti devi chiedere prima di dar fiato alle trombe, quindi, è: mi voglio accollare quest’impresa?

Tutto nasce nel 2014 con un quaderno verde, in un’aula dove – per la prima volta – inizio a seguire un corso di scrittura.

Sui corsi di scrittura se ne dicono un sacco, la mia è: se vi piace scrivere, seguiteli. Non diventerete Hemingway se non lo siete, ma passerete del tempo speso bene, imparando cose che magari un giorno vi saranno utili, insieme a persone che hanno in comune con voi almeno quella cosa lì – la fascinazione per le storie, che sembra una cosa piccola, e invece è enorme.

Io, per esempio, credo di essere fatta almeno al 70% di fascinazione per le storie, il resto è stupidera e ciccetta.

Il corso è questo – c’è ancora, dire che vi consiglio di seguirlo è ridondante, ma la ridondanza ci piace e quindi ciapa.

Dopo quel corso ne sono venuti altri, sempre con Marco Lazzarotto, il Maestro per gli amici: insieme ai corsi, sono arrivate persone belle, collaborazioni, cene con fiumi di vino rosso, foto discutibili, partite a Pictionary all’ultimo sangue, danze e trenini.

Adesso, è arrivato anche un eBook [e lo trovate esattamente qui].

Il libro ha avuto una gestazione lunga, ma non troppo: un giorno, circa un annetto e mezzo fa, sotto i portici di piazza Statuto, mi sono trovata con Marianna e Marco, abbiamo ordinato uno spritz (l’alcool è sempre omaggio ai grandi avvinazzati della storia della letteratura, mica altro) e io ho detto: ma se io mettessi in bella tutti gli appunti che ho preso a lezione con te, e tu, Marco, li riguardassi e li integrassi con il tuo sommo sapere, poi tu, Marianna, ci staresti a pubblicarli con Zandegù, o vi sembra un’idea del menga?

Ecco, da quel momento, l’idea è diventata una cosa vera, che coinvolgeva altre persone, che c’era. Che non si poteva più accantonare, che reclamava cura e spazio nelle nostre vite.

Scrivere a quattro mani significa mettere insieme tante cose: idee, voci, tempistiche, scadenze.
E poi: un manuale. Vuoi fare una cosa seria – mica puoi scrivere cazzate, ma vuoi anche che le persone leggano volentieri quello che hai scritto, non tediarle dall’alto di una cattedra.

Per questo, chiacchierando con Marco, ci stiamo resi conto che la formula più giusta per noi era proprio quella del dialogo, per non parlarci addosso, per rendere l’idea di quello che è in definitiva proprio il succo del manuale. Le cose che vorresti sapere, ma che magari non hai modo di chiedere, perché un Lazzarotto portatile da scrivania non l’hanno ancora inventato.

Ci abbiamo messo dentro gli esempi – letterari, ma anche no – di storie e strutture che ci piacciono e ci ispirano, le cose che hanno funzionato per noi, le Grandi Verità che chi vuole raccontare, prima o poi, si trova davanti e incide sulla pietra per non scordarle più.

Mi piace pensare che ci abbiamo messo anche quel clima di confronto e curiosità che per me ha fatto la differenza: perché, diciamolo, la paura più grossa che avevo in quella primavera del 2014, era di ritrovarmi in un’enclave di pomposi intellettualoni con un pennino infilato nel sedere, che mi avrebbero giudicata ogni volta che facevo una domanda banale.

Comunque, le domande le ho fatte tutte io. Senza imbarazzi. Anche quelle sceme.

Perché quando decidi di raccontarla, quella roba che ti frulla nella testa, allora diventa vera, e non sai mai come andrà a finire: quindi meglio attrezzarsi per raccontarla giusta.