They’re all revved up and ready to go

 

Quando avevo 16 anni sono andata a sentire i Ramones in concerto a Milano.

È stato uno degli ultimi live, credo. Era il 1996. Sedici anni, per l’esattezza, dovevo ancora compierli, ma avevo già giurato a me stessa che non avrei commesso lo stesso errore fatto con i Nirvana, che non avevo visto nel febbraio del 1994, perché tanto figurati se non torneranno quando sarai più grande.
Quello che è successo quattro mesi dopo, se lo ricordano tutti. Oltre al dolore del lutto, mi sentivo sul capo pure la corona di Sua Fagianità Imperiale perditrice di concerti.

Avevo appuntamento sul treno per Milano con il mio amico D. e altri compagni d’avventura suoi.

Paleolitica, questa cosa, di darsi appuntamenti un po’ al buio, non intervallati da un miliardi di messaggini  – dove sei – treno preso – siamo fermi alla stazione di Sarcazzo, in ritardo di dieci minuti – eccomi arrivo – in che carrozza sei.

Che poi andava tutto bene lo stesso: l’amico D. salito sul treno alla stazione giusta, l’incontro nel vagone, il resto del viaggio fino a quello che allora era il Palatrussardi, l’attesa di cento milioni di ore davanti al palazzetto, un numero imbarazzante di sigarette e vino rosso e la pipì negli angoli e le mani gelate.

Quello che invidio di più alla me stessa sedicenne è la capacità di non sentire il freddo. Io che se potessi oggi andrei in giro avvolta nel piumone da ottobre a maggio, che la canottiera la tolgo solo a luglio perché comunque all’ombra fa freschino, io che mentre scrivo sto abbarbicata al termosifone come un koala all’eucalipto, allora sfidavo le intemperie senza batter ciglio.

D’inverno usavo il chiodo, il giubbotto più inutile della storia. Sempre aperto – anche a Praga sotto la neve. Avevo deciso che il chiodo, chiuso, era da sfigata. Amen.

La canottiera non l’avrei messa neanche se mi avessero dato dei premi in denaro. Sciarpa, cappelli, guanti? Non pervenuti. Magliette di cotone, camicie a quadrettoni, occasionali maglioni da uomo che trasformavano la mia già scarsa fisicità in qualcosa di molto simile a un pescatore delle isole Shetland. Ero proprio un bell’ometto, basso e tozzo, mi mancavano solo la lenza e la pipa.

Però almeno non avevo mai freddo.

Comunque appena cominciato il concerto ho perso tutti. Nel casino del pogo, della musica, della mia faccia sbalordita davanti ai movimenti convulsi di Joey Ramone con l’asta del microfono. Vedevo solo lui – lui alto, io bassa. Il resto della band avrebbero pure potuto essere i Gazosa con la parrucca, perché scorgevo solo qualche scampolo di capello ogni tanto.

Ricordo di aver bevuto una birra con una ragazza sudamericana che studiava a Firenze, maltrattato uno che si strusciava con la scusa della ressa – evidentemente gli piacevano i pescatori scozzesi – e scambiato battute alcooliche con gente varia di ogni età.

[L’altra cosa incredibile dei miei sedici anni è che mi sembravano tutti vecchissimi. Jim Morrison morto a 27 anni? Beh dai, la sua vita l’ha fatta. Certo. Come no. Richiedetemelo adesso, signori, che quando leggo il necrologio di qualcuno nato dopo il 1917 lo catalogo subito come “decesso prematuro”].

Non ricordo la scaletta, la concatenazione degli eventi, il plot di quella giornata. Sono flash e immagini, vivissime e scollegate fra loro.

Dopo il concerto, sono uscita da sola dal palazzetto, sperando di ritrovare l’amico D. Ho comprato un poster gigante di Rocket To Russia, a cui sono stata abbracciata come un polpo per le ore successive e che adesso campeggia nel mio salotto, dopo essere stato per anni nella mia cameretta. Ho ritrovato l’amico D. Ho trovato mio cugino, che abitava nei paraggi di Milano e mi è venuto a prendere per dormire a casa sua. Tutto questo senza cellulari e solo sulla fiducia nel cosmo, ci tengo a ricordarlo, soprattutto adesso che è tutta una frenesia di WhatsApp visualizzati non risposti e aggiornamenti di stato controllati in maniera frenetica.

Il mattino dopo ho preso il treno per Torino ad un orario impossibile e sono andata a scuola, ché quella di non perdere scuola il giorno dopo era la conditio sine qua non per andare a vedere il concerto.

Ho varcato le porte del Regio Liceo con uno sputo sulla giacca e la faccia di una che ne ha viste un sacco, nel mondo.

Ero solo andata a un concerto, sicuro, ma l’altra cosa che invidio ai miei sedici anni era quella densità del tempo, quell’effetto serra sui minuti e sulle ore che li dilatava, li impregnava di senso, per cui una frase o un gesto erano materiale di studio per gli anni a venire, figuriamoci i Ramones a Milano.

Era un gennaio di tantissimi anni fa, faceva freddo ma io non lo sentivo.

Se dovessi dire di che cosa sono fatti i ricordi forse userei proprio questo per cercare di dare una forma empirica a qualcosa che esiste ma non esiste: frammenti, dettagli, sensazioni, variazioni nella realtà avvenute col tempo attraverso il racconto. Tutto dentro di me, aggrovigliato e pieno di colori.

E un poster di Rocket To Russia attaccato al muro.

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8 pensieri su “They’re all revved up and ready to go

  1. cazzeggiodatiffany ha detto:

    Ti giuro l’ho letto e ne ho assaporato ogni parola, mi hai riportato d’un colpo alla mia adolescenza: niente cellulari, senza canottiera, il concerto e la sensazione dopo a scuola, i minuti effetto sera. Grazie!!

  2. Giulia ha detto:

    A 16 anni il massimo del brivido che mi era consentito fare con gli amici era andare a vedere Francesco De Gregori al piccolo stadio del mio paesello…oh mi piaceva eh, ero un’adolescente con tendenze alla nostalgia, ma ecco, non era di certo l’adrenalina dei Ramones!
    Comunque leggendo questo resoconto mi sono venuti i brividi pensando a quale mania di controllo hanno innescato gli smartphone. E secondo me la gente dava pure molte meno buche agli appuntamenti, quando non c’era WhatsApp.

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