Primavera ma non troppo

La primavera scompone aspettative e malinconia a pezzetti, ritaglia angoli dai ricordi e li incolla sulle pagine del diario.

Dici dieci anni fa e poi ti accorgi che sono venti.

Dicevano che il tempo è un bastardo, la letteratura ha sempre ragione.

Di W. ricorderò sempre che non si faceva chiamare con il suo nome, sui volantini delle discoteche. Ne aveva scelto uno che ci assomigliava, ma non era il suo. Era una primavera piovosa anche quella, ma non faceva tutto questo freddo. Lei faceva l’alba ballando vestita da sposa, io mi alzavo alle sette e andavo a scuola, alle quattro del pomeriggio mi chiamava e non aveva ancora mangiato, io andavo a casa sua e le facevo la bistecca.

Quando veniva da me si incazzava perché camera mia era in un caos perenne, mi aveva costretta a mettere tutte le sue lettere ordinate in una scatola.

Sono ancora tutte nelle scatola, le tue lettere, W.

Sono ancora tutte in ordine, nel disordine del tempo.

A F. non ho mai chiesto cosa volesse dire quel messaggio, il cavallo in D9.

L’ho letto ubriaca nel controviale di corso San Maurizio – era sempre primavera, pioveva anche allora, perché adesso ci lamentiamo? Ha sempre piovuto e la città scintillava, eravamo noi a non sentire il freddo, the rain was never cold when I was young, anche la musica ha sempre ragione.

Avevo letto il messaggio con il cavallo in D9, avevo chiesto a Sau che era con me, ma che cosa vuol dire? non lo sapeva neanche lei. Fosse successo già solo qualche anno dopo avremmo googlato, o forse fossi stata più previdente avrei imparato a giocare a scacchi, nella vita, sai mai che cosa ti torna utile, e invece.

Non te l’ho mai chiesto che cazzo ci faceva ‘sto cavallo in D9, F., e poi è stato troppo tardi, e non sono nemmeno sicura che fosse 9 o un altro numero, adesso che i ricordi svaniscono nella foschia degli anni.

Mentre la consapevolezza che le cose che vuoi dire o chiedere è meglio farlo subito perché poi non si sa mai, quella non svanisce, e dovremmo usarla più spesso, per non farci mordere da piccoli rimpianti quando la vita ci prende in contropiede.

Di B. ricorderò sempre molte cose importanti e meravigliose, ma la più stupida è che mangiava sempre un pezzetto di pane dopo il dolce. Un frammento appena. Io ero bambina e non capivo come si potesse cancellare lo zucchero con la mollica, lui mi diceva, non c’è un perché, mi piace così.

A B. ho sempre fatto un sacco di domande, e anche quando ero molto piccola, e mi ha sempre risposto prendendomi sul serio.

Mi ha presa sul serio anche quando avevo deciso che volevo fare la cantante suscitando l’ilarità generale, mi ha regalato una chitarra, io non ho mai conosciuto nessun altro che avrebbe potuto regalare una chitarra a una bambina stonata e completamente inetta come me, solo lui.

Non ho mai imparato a suonarla e per il bene dell’umanità non ho neanche mai cantato, mi è rimasta però quella consapevolezza, che per quanto assurdi fossero i miei sogni e le mie domande, lui era disposto a dar loro una chance.

Tu hai visto in me anche cose che non ci sarebbero mai state, B., perché nella vita, dicevi, non si sa mai.

Di M. ricorderò sempre che avanzava sempre mezza tazzina di caffè. E io la volta dopo gliene mettevo meno, e lui ne lasciava sempre comunque un po’, e ci ho messo mesi a capire che non era questione di quanto ne versassi, era più una cosa di non berlo tutto.

Ma non ricordo invece se mi desse fastidio, mi facesse sorridere, o semplicemente lo accettassi come qualcosa che avrebbe sempre fatto, che aveva sempre fatto, dal giorno uno in cui aveva iniziato a bere il caffè.

Ed è strana questa cosa di ricordare le persone per dei gesti staccati da tutto il contesto, per dei dettagli del tempo che abbiamo trascorso insieme, e che davvero non hanno alcun significato se non quello che ricostruiamo a posteriori, quando in primavera fuori la pioggia cade e fa rumore e sembra durare per sempre.

Ma non può piovere per sempre, diceva quel famoso film, e se abiti a Torino l’affermazione può sembrarti controversa, ma oh, se hai deciso che ti vuoi fidare della letteratura, e della musica, allora ti fidi anche del cinema, metti nello zaino l’ombrello insieme ai ricordi, le cuffie nelle orecchie, esci di casa e vai.

 

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Cinque canzoni [Sanremo Edition]

È un post difficile perché conta grandi esclusi.

Mi sono interrogata in profondità: volevo scoprire dentro di me la risposta definitiva, il Moloch della mia formazione musicale infantile. Le cinque canzoni che per me sono Sanremo – non le più famose, le più cantate, le più riascoltate, ma quelle che, con una magica combinazione di note e parole, hanno segnato il mio imprinting.

Quelle che oggi mi fanno dire: sì, questa è una canzone da Sanremo, oppure, no, buu, non siamo mica al Festivalbar.

Bando alle ciance, alle premesse, ai rimpianti.

Eccole.

Storie di tutti i giorni, Riccardo Fogli, Sanremo 1982


Storie di noi brava gente, 
che fa fatica, s’innamora con niente, vita di sempre, ma in mente grandi idee.
Un po’ la storia della mia vita, che dire? Il Riccardone nazionale all’epoca sfoggiava il physique du rôle del seduttore della porta accanto (e secondo me qualche brividone inatteso l’ha regalato pure quest’anno, sotto la pelliccia di castorino di tante spettatrici batte un cuore giovane).
L’epica di questa canzone è nella verve rockettara e nel testo colmo di empatia, anticipa gli Uomini Soli di dieci anni dopo (un giorno in più che se ne va, un uomo stanco che nessuno ascolterà), l’insoddisfazione di questo amore che non è grande come vorrei, lo sguardo fiero di chi è provato ma non sconfitto, espresso dalla potenza vocale di un piùùùùù prolungato, cantato alla finestra di una periferia crudele, dove forse c’è una donna al balcone che innaffia i gerani ed è pronta a raccogliere la sfida e a ingrandire questo amore quanto basta.

Sarà quel che sarà, Tiziana Rivale, Sanremo 1983

Questa canzone mi entusiasmava molto, fa presagire grandi amori, dando voce al fatalismo spinto che mi avrebbe poi accompagnata di cazzata in cazzata per il resto della mia vita.
Se anche l’acqua poi andasse all’insù, ci crederei perché ci credi anche tu. Sorvolando sulle rime azzardate, che sono un po’ cifra stilistica di tutto il brano, qua è chiaro il riferimento a una donna innamorata che si rende perfettamente conto delle supercazzole a cui è quotidianamente sottoposta, ma decide di non darci peso.
Una storia siamo noi, con i miei problemi e i tuoi, che risolveremo e poi…E qui va in scena un po’ la Rossella O’Hara dell’Ariston, domani è un altro giorno, adesso vieni a tavola che scolo la pasta.
Forse è anche grazie a Tiziana Rivale se non ho mai avuto la fregola di sistemarmi, mettere su casa, famiglia, acquistare animali domestici, stabilire piani di risparmi quinquennali, e all’alba dei 40 anni vivo ancora un po’ così, come viene, stiamo insieme da 10 anni ma non è niente di serio, dài.

Si può dare di più, Morandi, Ruggeri e Tozzi, Sanremo 1987

Non so se ho mai parlato pubblicamente del mio amore per Gianni Morandi in questa o altre sedi, ma lui è stato per la mia infanzia quello che Axl Rose è stato per la mia adolescenza.
Inoltre con Si può dare di più veniva finalmente introdotto il tema sociale nelle mie playlist, finora popolate, alternativamente, di amori finiti in maniera tragica e strani ometti blu.
A sette anni avevo attaccato sulla porta della mia cameretta l’adesivo del WWF e quello contro il nucleare, mi sembrava bello e nobile poter cantare Perché la guerra, la carestia, non sono scene viste in TV, e non puoi dire lascia che sia, perché né avresti un po’ colpa anche tu.
In questo sicuramente c’entravano anche le suore, Marcellino Pane e Vino, i biglietti di Natale dell’Unicef e finisci quello che hai nel piatto, uno strano groviglio di suggestioni che in definitiva forgiava la mia etica.

[Umbertone ci avrebbe riprovato con Gli altri siamo noi, a cavalcare l’onda del volemose bene ai poveretti della società, ma io personalmente l’ho sempre preferito in versione Stella Stai]

Gianni, Umberto ed Enrico parlavano a tutti, ma senza spocchia: come fare non so, non lo sai neanche tu, ma di certo si può dare di più. Interrogativi pressanti, portati alla coscienza degli italiani, ben prima che si scoprisse che bastavano un pugno di like e una condivisione ben piazzata su Facebook per appianare le più disparate questioni di responsabilità civile.

Dopo la tempesta, Marcella Bella, Sanremo 1988

Tu cuore non hai, perché mi spezzi quando vuoi.

Poi sarebbe arrivata Janis Joplin a consolarmi nei miei momenti di donnamerdismo, ma a otto anni c’era solo lei, Marcella, permanentata e volitiva, che mi metteva in guardia dai pericoli dell’uomo figo ma stronzo.

Forse oggi, visti i tempi che corrono, non sarebbe più indicato cantare cose come gli schiaffi presi e poi ridati, bicchieri frantumati, ma c’era tutta una verve selvaggia che su di me aveva un appeal incredibile. Lo volevo anche io, il vento caldo, quando fosse stata ora, e vasellame in testa a chi non lo capiva.
Ancora oggi, secondo me, è la canzone più terapeutica da cantare dopo i litigi di coppia, crogiolandoci nei nostri cliché di donna incompresa e maschio barbarico e seduttivo. Minacce a vuoto, sangue caliente, sesso riparatore, recriminazioni. Non vorrei espormi troppo, ma per me questa canzone resta un classico da cui non si può prescindere.

La notte delle favole, Tania Tedesco, Sanremo 1988

Premetto già che di Tania Tedesco mi piaceva tantissimo il look e questo forse può avere avuto un suo peso nell’ascolto ossessivo di questa canzone per tutto il 1988.

Poi: parlava di me! Io vorrei che i grandi fossero bambini e credessero alle favole, e che tornasse il gusto dell’ingenuità. Se c’era una più ingenua di me in quegli anni, non so, forse non è arrivata alla maggiore età. Io sognavo un mondo di adulti fagiani che saltellassero qua e là in abiti pastello, un mondo basato sul baratto e gli allevamenti di pony. Tania Tedesco – apprezzavo anche molto il nome, va detto – era un po’ la mia cantante di regime, in questo senso. Fuori Mameli, dentro Tedesco.
Tra l’altro, nel verso ci unisce là mà-gì-à di essere nati anticipa di parecchio l’uso fantasioso della metrica che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica di un tal Pezzali.

Uno dei pezzi più sottovalutati della storia dell’Ariston, ecco. Ma forse non è troppo tardi per rimediare: andate su Spotify e fate di lei una star, ADESSO.

Bonus track (non poteva mancare, eh):

Maledetta primavera, Loretta Goggi, Sanremo 1981.
Non avrei inserito questa canzone, ma non per altro: perché non riesco ad associarla precisamente a Sanremo. La associo un po’ a tutto della mia vita: le serate alcooliche, il Pride di Genova del 2009, i viaggi in macchina di allora e di adesso, un’audiocassetta gialla con il logo della Barilla, best of sanremese omaggio di qualche triplo pacco di tortiglioni.

Non so se davvero esista qualcuno che riesca a non cantarla quando parte, a non riconoscerla seduta stante quando la passano da qualche parte, se c’è qualcuno che non si è mai sentito perculato dall’odore frizzante nell’aria che risvegliava l’ormone e scatenava desideri inconsulti.

I topoi ci sono tutti: l’innamoramento subitaneo, l’abbandono, lo struggimento, l’ugola che vibra nel richiamo di un amore che era meglio di no, ma in fondo chi se ne frega, sì.

[Per la stesura di questo post mi sono consultata con svariate persone e ho, come inedito, l’ospitata di ben due top five di persone a me molto care, e che hanno gusti musicali ben più raffinati dei miei. Uno è l’Orso, l’altro il mio Socio Anonimo Massimo. Eccole qui:

Orso:

  1. Si può dare di più, Morandi – Ruggeri – Tozzi, 1987
  2. Perdere l’amore, Massimo Ranieri, 1988
  3. Ci sarà, Al Bano e Romina, 1984
  4. Ti lascerò, Oxa – Leali, 1989
  5. Adesso tu, Eros Ramazzotti, 1986

Bonus track: Per Elisa, Alice, 1981

Massimo:

  1. Per Elisa, Alice, 1981
  2. Luce (Tramonti a nord-est), Elisa, 2001
  3. Tutti i miei sbagli, Subsonica, 2000
  4. Maledetta primavera, Loretta Goggi, 1981
  5. Controvento, Arisa, 2014

Bonus Track: Vacanze Romane, Matia Bazar, 1983.

Come noterete, Massimo si discosta parecchio dalla tradizione, ed è stato un po’ maltrattato per questo].

They’re all revved up and ready to go

 

Quando avevo 16 anni sono andata a sentire i Ramones in concerto a Milano.

È stato uno degli ultimi live, credo. Era il 1996. Sedici anni, per l’esattezza, dovevo ancora compierli, ma avevo già giurato a me stessa che non avrei commesso lo stesso errore fatto con i Nirvana, che non avevo visto nel febbraio del 1994, perché tanto figurati se non torneranno quando sarai più grande.
Quello che è successo quattro mesi dopo, se lo ricordano tutti. Oltre al dolore del lutto, mi sentivo sul capo pure la corona di Sua Fagianità Imperiale perditrice di concerti.

Avevo appuntamento sul treno per Milano con il mio amico D. e altri compagni d’avventura suoi.

Paleolitica, questa cosa, di darsi appuntamenti un po’ al buio, non intervallati da un miliardi di messaggini  – dove sei – treno preso – siamo fermi alla stazione di Sarcazzo, in ritardo di dieci minuti – eccomi arrivo – in che carrozza sei.

Che poi andava tutto bene lo stesso: l’amico D. salito sul treno alla stazione giusta, l’incontro nel vagone, il resto del viaggio fino a quello che allora era il Palatrussardi, l’attesa di cento milioni di ore davanti al palazzetto, un numero imbarazzante di sigarette e vino rosso e la pipì negli angoli e le mani gelate.

Quello che invidio di più alla me stessa sedicenne è la capacità di non sentire il freddo. Io che se potessi oggi andrei in giro avvolta nel piumone da ottobre a maggio, che la canottiera la tolgo solo a luglio perché comunque all’ombra fa freschino, io che mentre scrivo sto abbarbicata al termosifone come un koala all’eucalipto, allora sfidavo le intemperie senza batter ciglio.

D’inverno usavo il chiodo, il giubbotto più inutile della storia. Sempre aperto – anche a Praga sotto la neve. Avevo deciso che il chiodo, chiuso, era da sfigata. Amen.

La canottiera non l’avrei messa neanche se mi avessero dato dei premi in denaro. Sciarpa, cappelli, guanti? Non pervenuti. Magliette di cotone, camicie a quadrettoni, occasionali maglioni da uomo che trasformavano la mia già scarsa fisicità in qualcosa di molto simile a un pescatore delle isole Shetland. Ero proprio un bell’ometto, basso e tozzo, mi mancavano solo la lenza e la pipa.

Però almeno non avevo mai freddo.

Comunque appena cominciato il concerto ho perso tutti. Nel casino del pogo, della musica, della mia faccia sbalordita davanti ai movimenti convulsi di Joey Ramone con l’asta del microfono. Vedevo solo lui – lui alto, io bassa. Il resto della band avrebbero pure potuto essere i Gazosa con la parrucca, perché scorgevo solo qualche scampolo di capello ogni tanto.

Ricordo di aver bevuto una birra con una ragazza sudamericana che studiava a Firenze, maltrattato uno che si strusciava con la scusa della ressa – evidentemente gli piacevano i pescatori scozzesi – e scambiato battute alcooliche con gente varia di ogni età.

[L’altra cosa incredibile dei miei sedici anni è che mi sembravano tutti vecchissimi. Jim Morrison morto a 27 anni? Beh dai, la sua vita l’ha fatta. Certo. Come no. Richiedetemelo adesso, signori, che quando leggo il necrologio di qualcuno nato dopo il 1917 lo catalogo subito come “decesso prematuro”].

Non ricordo la scaletta, la concatenazione degli eventi, il plot di quella giornata. Sono flash e immagini, vivissime e scollegate fra loro.

Dopo il concerto, sono uscita da sola dal palazzetto, sperando di ritrovare l’amico D. Ho comprato un poster gigante di Rocket To Russia, a cui sono stata abbracciata come un polpo per le ore successive e che adesso campeggia nel mio salotto, dopo essere stato per anni nella mia cameretta. Ho ritrovato l’amico D. Ho trovato mio cugino, che abitava nei paraggi di Milano e mi è venuto a prendere per dormire a casa sua. Tutto questo senza cellulari e solo sulla fiducia nel cosmo, ci tengo a ricordarlo, soprattutto adesso che è tutta una frenesia di WhatsApp visualizzati non risposti e aggiornamenti di stato controllati in maniera frenetica.

Il mattino dopo ho preso il treno per Torino ad un orario impossibile e sono andata a scuola, ché quella di non perdere scuola il giorno dopo era la conditio sine qua non per andare a vedere il concerto.

Ho varcato le porte del Regio Liceo con uno sputo sulla giacca e la faccia di una che ne ha viste un sacco, nel mondo.

Ero solo andata a un concerto, sicuro, ma l’altra cosa che invidio ai miei sedici anni era quella densità del tempo, quell’effetto serra sui minuti e sulle ore che li dilatava, li impregnava di senso, per cui una frase o un gesto erano materiale di studio per gli anni a venire, figuriamoci i Ramones a Milano.

Era un gennaio di tantissimi anni fa, faceva freddo ma io non lo sentivo.

Se dovessi dire di che cosa sono fatti i ricordi forse userei proprio questo per cercare di dare una forma empirica a qualcosa che esiste ma non esiste: frammenti, dettagli, sensazioni, variazioni nella realtà avvenute col tempo attraverso il racconto. Tutto dentro di me, aggrovigliato e pieno di colori.

E un poster di Rocket To Russia attaccato al muro.

I solemnly swear that I’m up to no good

Il freddino arriva di notte e ti fa chiudere la finestra e so che c’è chi prova sollievo ma io no, solo l’agrodolce malinconia di settembre.

Vorrei dire che settembre è una merda ma non ci riesco. Mi dà di gomito con i suoi colori, mi solletica con i suoi cieli azzurri, mi sprona con la sua arietta: hop, hop, hop, sembra dire, dai che ce la fai, con ‘sto culone. Shake it.

Settembre è un maledetto istruttore di ginnastica dolce, che vorresti odiarlo, ma non ce la fai: sorride, non ti chiede troppo, in definitiva, solo di sgranchirti le ossa e rimetterti al lavoro, un po’, gradatamente, fa bene alle articolazioni, rilascia le endorfine, in fondo sai che ha ragione, ma chi c’ha voglia?

Non c’è scampo dai ricordi, a settembre.

Ogni foglia che cade sui viali è un primo giorno di scuola con lo zainetto – dei Puffi, di Barbie, Invicta Fluo – sulle spalle, senza dare le mani a chi ti accompagna, imparare la strada da sola, e ricordarla da un anno all’altro con minime, graduali variazioni.
I quaderni nuovi e in cancellino Pelikan con la punta bianca, la quiete prima dello scempio sotto forma di macchie d’inchiostro in ogni dove.
Ogni anno una stilografica nuova, le mangiucchiavo talmente tanto che una volta mi sono fatta esplodere una cartuccia di inchiostro rosso in bocca e alla maestra è venuto un infarto, oddio la bambina vomita sangue e continua imperterrita a scrivere i pensierini, martire dell’educazione elementare.
La tragedia si è ripetuta a casa, mia mamma ha trovata il fazzoletto imbevuto di macchie rosse appallottolato a caso in una tasca di lato, ma cosa ti è successo oggi a scuola? Niente, il solito, perché? The perks of having una figlia scema.

I primi di settembre noi si era ancora al mare in Romagna, e quest’anno ci sono tornata per una breve vacanza da figlia, la Nelli Posse alla riscossa.

Se ne sentono tante di critiche alle vacanze in Romagna, io le leggo e subito mi incazzo, poi subentra la certezza che se la vacanza di riviera la disprezzi è perché lì non ne hai mai fatte di felici, e allora, sai che c’è, mi spiace per te, ma tantissimo, perché la dolcezza felice di una vacanza a Riccione – o di più vacanze, una dopo l’altra sgranate come chicchi d’uva soda e golosa – te la porti dietro come riserva di gioia per una vita intera.

Dopo quindici anni, ho messo i piedi sulla sabbia fine e morbida come borotalco, e mi sono sentita a casa, ché tutti abbiamo bisogno di un posto dove sentirci a casa lontano da casa, e il mio era lì, nell’odore di salsedine, oleandro e bomboloni.

Perché ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda: quella canzone che tutti ben sappiamo la ascoltavo l’estate che era uscita proprio mentre ci andavo, a quel mare, dopo lo svincolo tragico di Borgo Panigale che allunga sempre il viaggio proprio quando ti sembra che dai, ci sei quasi.

Ecco, settembre mi sta sul culo perché è il mare, ma anche partire, dal mare, e tornare a casa e dover essere bella pimpante e promettere che quest’anno ci proverai, a non masticare tutte le penne e le matite e i pennarelli e gli stinchi dei tuoi compagnucci di classe come un ruminante impazzito.

Allora facciamo che io settembre e i suoi piani per il futuro li ignoro. Faccio finta che non esistano. Mi rifiuto di avere buoni propositi e di sgambettare lietamente sul sentiero della produttività. Me ne sto qua seduta e ascolto l’eco dell’onda che ho ancora dentro. Vado in cerca di storie. Faccio il pieno, ancora un po’, della luce limpida della sera.

Voi andate pure avanti, eh: io dieci minuti e arrivo.

Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

someday you will find me, caught beneath the landslide

Quando avevo tredici anni, alla fine della terza media, i miei genitori mi hanno mandata per la prima volta in vacanza studio in Inghilterra.

Avevo una paura porca.

Per me la scuola media non è stata esattamente un’esperienza da sballo.

Avevo un anno in meno di tutti i miei compagni di classe, il che, a dodici anni, si traduce nel giocare ancora a Barbie quando le tue compagne cominciano a fare i pompini (true story).

Ho pochissimi ricordi, e molto vaghi, di quei tre anni nel loro insieme.

Un giorno, a seguito di non so più quale fatto di cronaca, l’Orso mi ha chiesto: ma tu sei stata oggetto di bullismo da bambina? (L’Orso, ricordiamolo, ha visto il peggio delle mie foto di quegli anni, la sua domanda è più che legittima. C’avevo proprio l’aspetto tipico di quelle che vengono lasciate un trimestre con la faccia incastrata nel cesso, con tanto di occhiali e maglione peruviano con bamboline applicate, che ovviamente adoravo).

Ho frugato nella mia lacunosa memoria di allora e gli ho risposto: sì, probabilmente sì, ma non me ne sono mai accorta.
Con il senno della vecchia signora che sono, mi rendo conto che è più che probabile essere stata oggetto, quanto meno, di scherno e dileggio, di prese in giro ad ampio raggio. Ma io vivevo in un’altra realtà, parallela ma separata in maniera netta da quelle aule e quelle ricreazioni.
C’era la mia famiglia, sempre presente, i Nelli, le nonne, cuginanza varia, zii di sangue e zii d’elezione, una profusione d’amore che mi riverberava sempre addosso, una protezione ad ampio spettro contro la dura legge del gol.
Avevo i libri, soprattutto: il magico mondo dal quale non uscivo mai, se non per cause di forza maggiore. Chi ha bisogno del mondo reale quando c’è la letteratura?

C’era qualche amicizia, sporadica, particelle di sodio in acqua lete, qualche affetto residuo dalla scuola elementare, un po’ trascinato a forza, ma abbastanza per non farmi sentire sola.

A me, in quei primi di luglio mentre facevo la valigia, la vacanza studio in Inghilterra non sembrava un’idea così geniale – per dire, quando della vita non sai un cazzo.
Pensavo di non averne bisogno. Sì, certo, Londra l’avevo vista con i miei genitori e subito amata pazzamente, ma due settimane due con gente che praticamente non avevo mai visto, a fare cose che boh, cosa si fa a parte imparare l’inglese? Avrei poi scoperto che poi si fa tutto tranne imparare l’inglese, volendo, ma.

Sì, ero un po’ contenta, ma se mi avessero detto che era saltato tutto all’ultimo minuto, avrei fatto spallucce, mi sarei dispiaciuta un po’ e poi mi sarei ributtata di testa in qualche Gaia Junior o nell’ascolto ossessivo di Use Your Illusion.

Arrivata a Caselle, con la mia Samsonite lilla nuova fiammante, ero stata presa proprio un po’ dal panico. I Nelli, nella loro infinita saggezza, mi hanno baciata, fatto due raccomandazioni, affidata a chi di dovere e buttata nella mischia a calci in culo, senza girarsi indietro. Forse con qualche palpitazione, ma certi di aver fatto la cosa giusta, e infatti.

In quella vacanza ho conosciuto alcuni tra i migliori amici che avrò mai nella vita, ma non solo. Ho trovato la persona che ero, nel mondo reale, fuori dai libri e dalle cuffie del walkman.

Ho scoperto che, con le persone giuste, era facile essere me. Ridere di tutto, ma dei miei limiti e dei miei difetti in primis. Fare casino. Essere scema. Condividere i famosi discorsi esistenziali dei tredici anni alle due di notte, lacrime e abbracci, dediche e dichiarazioni, figure di merda e momenti di gloria.

Quando penso alla densità che aveva allora il tempo, mi chiedo dove cazzo è andata a finire, quell’intensità pazzesca, che in un pomeriggio demoliva imperi e riscriveva relazioni e ribaltava equilibri, e poi via, altro giro, altra corsa, altre cazzate inenarrabili.

Di quegli anni, mi resta per la prima volta la sensazione di essere un gruppo – perché poi, con qualche variazione, ci siamo trovati bene e abbiamo costituito un nucleo che ha messo a ferro e fuoco le strutture delle vacanze studio per sei anni consecutivi. Fino alla maggiore età, ché dopo non si poteva più, ma avremmo voluto.

Mi restano delle foto inguardabili che testimoniano tutti gli stadi dell’abbrutimento a cui una teenager può aspirare nel vano tentativo di essere alternativa.

Mi restano quaderni pieni di frasi criptiche che mi fanno ridere come una cretina anche vent’anni dopo.

Eravamo orribili e meravigliosi, rumorosi come un branco di bufali sotto LSD, grandi bevitori di Tango all’arancia e Coca Cola aromatizzata alle cose che non si trovavano in Italia, capaci di prenderci per il culo fino alla sfinimento, ma anche ferocemente amorevoli nei confronti gli uni degli altri, quando ce n’era bisogno.

Io devo molto, a quegli anni: se dovessi scegliere una cosa sola, la capacità di non prendermi troppo sul serio.

E quella di interagire con i teachers locali – che ci sembravano super maturi, ma avevano vent’anni – per ottenere qualche birra di contrabbando, passata fuori dalla finestra del pub.

Bar Sport 2016

La verità è che ci siamo un po’ rotti le palle dei posti fighetti.

[Parlo al plurale non perché soffro di manie di grandezza, ma perché ho fatto questa considerazione già con un tot di amici e amiche, almeno una decina, per dire].

Mi faccio portavoce del popolo.

Dicevo, i posti fighetti, dove vai a bere un prosecco e sembra che devi andare ad un provino, quelli in cui ti devi per forza sentire e acconciare come se fossi a Williamsburg, o a Ibiza, o a Copenhagen. Ogni tanto non hai voglia di fare la figa – la maggior parte delle volte, ammettiamolo. Hai solo voglia di uno spritz e due patatine dopo aver lavorato, l’obiettivo finale dell’aperitivo è fare quattro chiacchiere con un’amica, senza preoccuparti se il rimmel si strucca, brutta.

Il nuovo trend – non – trend è il bar di quartiere. Il baruciu, come lo chiamiamo in famiglia. Quello un po’ racchio, un po’ squallido, ma dove alla fine sei di casa.

Il top sono i chioschi all’aperto, in cui puoi fare tutto, dalla merenda all’anguriata di mezzanotte. La prima volta che ci vai scatta il gioco di sguardi che neanche all’OK Corral, poi se ti mostri sufficientemente umile e cordiale e ci torni un po’ di volte la situazione si ribalta e diventi local. L’importante è fare attenzione ai tavoli, cercando di occupare sempre lo stesso e mai uno di proprietà del cliente storico cugino in seconda del barista, non pretendere cose strane (tipo: mi fa un Moscow Mule per favore, è la frase da non dire mai, ma anche una cosa tipo piatti vegani ne avete? può valervi l’espulsione dal chiosco vita natural durante fino alla terza generazione).

Il chiosco all’aperto d’estate è la salvezza estrema, scendi in ciabatte e col pinzone e sai che comunque sarai la più figa della situa. Noi ne abbiamo uno proprio dietro casa che secondo me fa salire il valore degli immobili di zona un bel po’.

I chioschi estivi però d’inverno – o nella stagione dei monsoni, quella che a Torino dura da aprile a luglio subito prima della siccità canicolare – dicevo, quando fa freddo o quando piove, i chioschi sono una ferita aperta di ciò che potrebbe essere, fanno malinconia, come gli ombrelloni impilati in un angolo o il frigo dei gelati con dentro un solo Calippo gusto maracuja superstite da due estati fa.

Per scaldarci con un San Simone nelle lunghe serate invernali io e la mia amica Frankie abbiamo un posto di riferimento, che è il Bar Centro. La distanza fra il Bar Centro e il Centro a cui fa effettivamente riferimento è molto più che chilometrica: è una distanza siderale di filosofia ed estetica, di potenzialità e realismo.

Il Bar Centro condensa in pochi metri quadri tutti i riferimenti baristici possibili dagli anni 50 ad oggi. È la Wikipedia del bar. L’arredo è anni 70, le sedie anni 90, la Gazzetta fresca di giornata. Cibo non ne ho mai visto. La selezione liquori è ampia e variegata, la top ten dei più bevuti è facilmente intuibile dagli strati di polvere. Ci sono le macchinette lampeggianti, ma anche i mazzi di carte bisunti.
L’amore per questo luogo, per me, è stato sancito da un cartello scritto a biro su foglio di carta  scotchato alla macchinetta del caffè che recita le seguenti parole: “Si ricorda ai signori clienti che prima delle 18 è severamente vietato sparare cazzate”.

Il televisore è sempre acceso su qualche partita. Credo che seguano via satellite anche il campionato interregionale dell’Azerbaigian.

Dietro al bancone c’è lui, l’archetipo del barista. Giovane, sempre in tuta, delle dimensioni di una Smart. Ci riconosce e ci racconta cose, si ricorda chi delle due vuole il ghiaccio nell’amaro, si accorge se abbiamo cambiato taglio di capelli e non si preoccupa se portiamo fuori il bicchiere per andare a fumare.

La clientela è variegata, può sembrare inquietante a prima vista, ma nessuno ti rompe mai i coglioni. Al massimo ci sono accese discussioni di stampo calcistico, nelle quali non oserei intervenire neanche dietro compenso in denaro o beni immobili.

Il Bar Centro è una garanzia: è sempre aperto. Non tradisce mai.

Prima del Bar Centro, nella mia vita, c’è stato il Bar Lupi, dove mio papà andava a giocare la schedina, portandomi con sé. Il Bar Lupi non l’ho mai visto bene, era avvolto in una nebbia tipo sobborgo della Londra vittoriana a novembre. Il Bar Lupi poteva vantare una clientela ad alto tasso alcoolico e giudiziario. L’ultima volta che sono passata da quelle parti, ho visto che, in onore alla nuova clientela, ha cambiato nome: si chiama Bar Giamaica. Ho buttato l’occhio, sono stata salutata da una nube di fumo, dall’opacità della formica, da un bagliore di superfici in alluminio riflettenti marezzate di ditate altrui.

Sotto la nuova insegna, il Bar Lupi vive ancora. Bar Lupi never say die.