Belli e dannati

C’è una cosa che devi sapere di me, perché se iniziamo a stare insieme comunque prima o poi lo scoprirai da sola, mi ha detto l’Orso tipo al secondo appuntamento.

Vedi, ha continuato, io ho una maledizione, la maledizione delle file. Entro in un posto, non c’è nessuno, mi distraggo un attimo a guardare il menù o gli articoli in esposizione, mi giro e si è formata una coda chilometrica di persone davanti a me.

E poi: se sono in fila da qualunque parte – al supermercato, alle poste, in aeroporto – succede sempre qualche casino e la mia coda non va mai avanti.

Io ho sorriso e l’ho presa un po’ sottogamba, ma, per alleggerire l’atmosfera, gli ho detto: figurati, io ho la maledizione degli acquisti online. Qualsiasi cosa io provi ad acquistare online, da qualsiasi sito, ha un intoppo o non arriva proprio. Un anno avevo ordinato a inizio novembre un sacco di regali di Natale su Urban Outfitters: mi hanno mandato una mail l’8 dicembre dicendo che l’ordine aveva avuto dei problemi, e che comunque non sarebbe arrivato per tempo, e che quindi mi restituivano i soldi e ciccia.

Questo succedeva dieci anni fa, ma la mia maledizione è intatta.

Una volta ho comprato un libro fuori catalogo da una libreria reminder con solo ottimi feedback, non è mai arrivato. Un’altra volta, un paio di pantaloni sul sito di Cos (in negozio era finita la mia taglia) hanno vagato per la città per una decina di giorni, perché il corriere non trovava l’indirizzo. L’ultima volta, la settimana scorsa, mi ha telefonato il signore della TNT perché sull’etichetta non era venuto stampato l’indirizzo di consegna.

[Nota Bene: io non amo particolarmente comprare online. Mi piace provare la roba, chiacchierare con le commesse, fare amicizia nei camerini. Compro online solo quello che non ho modo di trovare nei negozi. E meno male. Se no andrei in giro nuda].

La mia maledizione, dicevo, è intatta: ma non solo. Ho ereditato anche quella dell’Orso.

La maledizione delle file è particolarmente virulenta. Inoltre, può esprimersi in vari modi: soft, hard, hardcore double penetration con sabbia.

Soft è praticamente la regola. Il fattore umano in coda è in media così composto: ho davanti un signore del Sichuan occidentale appena arrivato a Torino che paga solo in galline vive e pizze di fango.
Poi c’è una signora che ha tre pezzi nel carrello e altri seicendododici nella borsa di Mary Poppins.
Poi c’è un ragazzino che ha svaligiato la cassetta delle offerte in chiesa e paga un tris di ovetti Kinder da 2 euro in monetine da un centesimo.
Poi c’è un anziano artritico che estrae gli euro uno per uno dalla tasca del paltò facendone rotolare a terra uno su tre, non bastano, estrae il portafoglio, la cassiera non ha il resto, chiede ha mica moneta e ricomincia la danza.
Poi c’è la quarantenne stravolta con quattro figli urlanti di fame sonno e malattie esantematiche manifestatesi durante la permanenza in cassa, che su venti pezzi ne ha la metà senza codice a barre e deve andare a sostituirli uno per uno, mentre i figli organizzano un sit-in di protesta al banco frigo.

Poi ci sono io.

Hard è di natura più tecnica: finisce il rotolo della carta, finiscono le monetine, il bancomat non ha la linea, c’è il cambio turno in cassa, si è rovesciato un litro d’olio sul rullo e va pulito, il cassiere è al primo giorno di training la settimana di Natale e va nel panico con un cliente sì e uno anche, storna e suda con le lacrime agli occhi e io vorrei rassicurarlo, dirgli che non è colpa sua, che appena ce ne andremo noi da quella infausta cassa tutto tornerà come prima.

Abbiamo cercato di aggirare la questione in almeno due modi.
Uno: facendo la spesa alla Coop col pratico marchingegno che ti consente di registrare tutti i prodotti prima di metterli nel carrello, e poi di scaricare la spesa direttamente alla cassa automatica, pagare e uscire. Ogni tanto sono previsti dei controlli, per cui, a caso, il cliente è fermato, deve rimettere tutta la spesa imbustata sul rullo, la cassiera ricontrolla il conto e segnala eventuali discrepanze.
Il che, com’è logico, serve ad evitare che la gente rubi, infatti se il conto è giusto ti danno dei punti in più sulla carta fedeltà.
Ecco: a noi il controllo – che, ripeto, è random – succede tutte le volte. TUTTE. Abbiamo vinto un sacco di punti, perché le nostre spese erano sempre minuziosamente registrate, ma capirete che l’intenzione primaria – aggirare la maledizione e fare un po’ più in fretta – decade e muore in un colpo solo.
Due: facendo la spesa al Carrefour, dove ci sono solo due blocchi di casse e la fila unica. Noi, signori, abbiamo bloccato la fila unica. Dall’altra parte la coda scorreva via liscia come l’olio, dal nostro lato tutti fermi e isteria collettiva.

Hardcore double penetration con sabbia è la vetta raggiunta una settimana fa al minimarket dietro casa. Una sola cassa aperta. Sei persone circa davanti. Ci mettiamo in fila. Si blocca la cassa. Aprono un’altra cassa. Aspettiamo un po’, incerti. Il blocco non accenna a risolversi, un capannello di cassieri, magazzinieri, responsabili e passanti cerca di studiare l’inspiegabile fenomeno, io e l’Orso fischiettiamo con aria innocente.
La cassiera ci invita a cambiare cassa.

Ci spostiamo. Le sei persone intanto sono diventate ventisei. La cassa da cui ci eravamo spostati si sblocca, tra il sollievo generale.

Si blocca la nostra.

Decidiamo di non migrare più, aspettiamo pazientemente. Finalmente, risolto il problema tecnico, la fila procede. Abbiamo solo una signora davanti. La signora davanti ha una spesa medio grande, diciamo sugli 80 euro. La signora davanti a noi paga tutto con buoni pasto da tre euro l’uno. La signora davanti a noi non sa che dal primo gennaio i suoi buoni pasto vanno grattati uno per uno.

La signora davanti a noi gratta, uno per uno, circa 30 buoni pasto.

L’Orso invoca il nome del signore con abbinamenti arditi. Io valuto se diventare respiriana e risolvere la questione della spesa una volta per tutte, o se afferrare il mio etto di prosciutto cotto e il litro di latte della Centrale e scappare urlando fuori dalle porte automatiche, invocando l’infermità mentale.

Ah, e poi c’è anche quella volta che abbiamo provato a fare la spesa online.
Lì è stato il colpo di genio perché le nostre maledizioni fila al supermercato + acquisti online si sono sommate.

Metà degli articoli scelti non c’era. Il giorno in cui dovevano consegnare l’ascensore era rotto. E, dulcis in fundo, abbiamo pagato due volte.
Una volta al momento dell’ordine, la sera prima.
La seconda volta, io live con il fattorino che consegnava e che mi ha fatto vedere che sul foglio era scritto, sì, che avremmo pagato con carta di credito, ma al momento della consegna, e se non pagavo si riportava via il mio tonno riomare e tanti saluti.

Io ho pagato.

Ma aveva pagato anche l’Orso la sera prima.

Per il rimborso ci sono volute tre settimane e velate minacce – a vuoto, tipo so dove vivi e come si chiama il tuo cane. Ma sono una centralinista di Matera, non importa, ho un cugino pazzo a Matera, fammi il rimborso o te lo scateno contro.

Non c’è una morale in questo triste racconto. C’è solo la consapevolezza che devi avere tanta pazienza, portarti sempre dietro un libro per far passare il tempo mentre sei in coda, e soprattutto: impara a far durare le provviste.

[Oggi mi sono focalizzata sul supermercato, ma: succede ovunque. Anche al casello. Anche al check-in. Anche quando schiatteremo, probabilmente, avranno smarrito le chiavi per i cancelli dell’aldilà].

They’re all revved up and ready to go

 

Quando avevo 16 anni sono andata a sentire i Ramones in concerto a Milano.

È stato uno degli ultimi live, credo. Era il 1996. Sedici anni, per l’esattezza, dovevo ancora compierli, ma avevo già giurato a me stessa che non avrei commesso lo stesso errore fatto con i Nirvana, che non avevo visto nel febbraio del 1994, perché tanto figurati se non torneranno quando sarai più grande.
Quello che è successo quattro mesi dopo, se lo ricordano tutti. Oltre al dolore del lutto, mi sentivo sul capo pure la corona di Sua Fagianità Imperiale perditrice di concerti.

Avevo appuntamento sul treno per Milano con il mio amico D. e altri compagni d’avventura suoi.

Paleolitica, questa cosa, di darsi appuntamenti un po’ al buio, non intervallati da un miliardi di messaggini  – dove sei – treno preso – siamo fermi alla stazione di Sarcazzo, in ritardo di dieci minuti – eccomi arrivo – in che carrozza sei.

Che poi andava tutto bene lo stesso: l’amico D. salito sul treno alla stazione giusta, l’incontro nel vagone, il resto del viaggio fino a quello che allora era il Palatrussardi, l’attesa di cento milioni di ore davanti al palazzetto, un numero imbarazzante di sigarette e vino rosso e la pipì negli angoli e le mani gelate.

Quello che invidio di più alla me stessa sedicenne è la capacità di non sentire il freddo. Io che se potessi oggi andrei in giro avvolta nel piumone da ottobre a maggio, che la canottiera la tolgo solo a luglio perché comunque all’ombra fa freschino, io che mentre scrivo sto abbarbicata al termosifone come un koala all’eucalipto, allora sfidavo le intemperie senza batter ciglio.

D’inverno usavo il chiodo, il giubbotto più inutile della storia. Sempre aperto – anche a Praga sotto la neve. Avevo deciso che il chiodo, chiuso, era da sfigata. Amen.

La canottiera non l’avrei messa neanche se mi avessero dato dei premi in denaro. Sciarpa, cappelli, guanti? Non pervenuti. Magliette di cotone, camicie a quadrettoni, occasionali maglioni da uomo che trasformavano la mia già scarsa fisicità in qualcosa di molto simile a un pescatore delle isole Shetland. Ero proprio un bell’ometto, basso e tozzo, mi mancavano solo la lenza e la pipa.

Però almeno non avevo mai freddo.

Comunque appena cominciato il concerto ho perso tutti. Nel casino del pogo, della musica, della mia faccia sbalordita davanti ai movimenti convulsi di Joey Ramone con l’asta del microfono. Vedevo solo lui – lui alto, io bassa. Il resto della band avrebbero pure potuto essere i Gazosa con la parrucca, perché scorgevo solo qualche scampolo di capello ogni tanto.

Ricordo di aver bevuto una birra con una ragazza sudamericana che studiava a Firenze, maltrattato uno che si strusciava con la scusa della ressa – evidentemente gli piacevano i pescatori scozzesi – e scambiato battute alcooliche con gente varia di ogni età.

[L’altra cosa incredibile dei miei sedici anni è che mi sembravano tutti vecchissimi. Jim Morrison morto a 27 anni? Beh dai, la sua vita l’ha fatta. Certo. Come no. Richiedetemelo adesso, signori, che quando leggo il necrologio di qualcuno nato dopo il 1917 lo catalogo subito come “decesso prematuro”].

Non ricordo la scaletta, la concatenazione degli eventi, il plot di quella giornata. Sono flash e immagini, vivissime e scollegate fra loro.

Dopo il concerto, sono uscita da sola dal palazzetto, sperando di ritrovare l’amico D. Ho comprato un poster gigante di Rocket To Russia, a cui sono stata abbracciata come un polpo per le ore successive e che adesso campeggia nel mio salotto, dopo essere stato per anni nella mia cameretta. Ho ritrovato l’amico D. Ho trovato mio cugino, che abitava nei paraggi di Milano e mi è venuto a prendere per dormire a casa sua. Tutto questo senza cellulari e solo sulla fiducia nel cosmo, ci tengo a ricordarlo, soprattutto adesso che è tutta una frenesia di WhatsApp visualizzati non risposti e aggiornamenti di stato controllati in maniera frenetica.

Il mattino dopo ho preso il treno per Torino ad un orario impossibile e sono andata a scuola, ché quella di non perdere scuola il giorno dopo era la conditio sine qua non per andare a vedere il concerto.

Ho varcato le porte del Regio Liceo con uno sputo sulla giacca e la faccia di una che ne ha viste un sacco, nel mondo.

Ero solo andata a un concerto, sicuro, ma l’altra cosa che invidio ai miei sedici anni era quella densità del tempo, quell’effetto serra sui minuti e sulle ore che li dilatava, li impregnava di senso, per cui una frase o un gesto erano materiale di studio per gli anni a venire, figuriamoci i Ramones a Milano.

Era un gennaio di tantissimi anni fa, faceva freddo ma io non lo sentivo.

Se dovessi dire di che cosa sono fatti i ricordi forse userei proprio questo per cercare di dare una forma empirica a qualcosa che esiste ma non esiste: frammenti, dettagli, sensazioni, variazioni nella realtà avvenute col tempo attraverso il racconto. Tutto dentro di me, aggrovigliato e pieno di colori.

E un poster di Rocket To Russia attaccato al muro.

I Nelli alle Crociate

[Questo post è sponsorizzato da Metodo Gattini. Per saperne di più, fai finta di niente e aspetta che passi]

A casa mia, ci piace l’enigmistica.

Da generazioni: non ricordo di aver mai vagato per casa di mia nonna Banana senza imbattermi in qualche Settimana Enigmistica o Domenica Quiz compilata da più mani diverse.

Noi bambine cominciavamo con i classici: unisci i puntini, colora gli spazi, disegna i baffi a Gabriella Golia in copertina. Trova le differenze, risolvi le indagini di Leo, personalizza le barzellette, contrassegnando con una freccia i personaggi della famiglia corrispondenti. Tipo: generalmente la tettona svampita sull’isola deserta era qualche fidanzata (o ex) di mio zio Bobo, la moglie col mattarello mia nonna, il travet vessato mio papà e mia mamma la spendacciona carica di pacchi. Più varie ed eventuali.

Dei quesiti della Susi, a memoria d’uomo, nessuno ci ha mai capito una mazza, anzi, a volte se ne disquisiva tra il cotechino e il purè e mai una volta che fossimo tutti d’accordo.

Con il tempo e l’esperienza, ho scalato le vette degli schemi semplici, e, ad oggi, faccio un solo tipo di cruciverba: quelli ermetici. Triploverbi, cruciermetici con trasferimenti, megaermetici, però quelli. Per questo, ad oggi, il mio giornalino preferito, con buona pace dei puristi, è la Domenica Quiz Mese, che ha tanti tanti ermetici, e tutto il resto chissene.

Di recente, ho imparato a fare l’ensoverba, ma non so ancora se sarà un amore duraturo.

Mi rendo conto che sto toccando punte di sfiga inaudite, ma, whatever.

Dei rebus non ci ho mai capito una sega, per inciso: questo per dire che, quando qualcuno prova ad appiopparmi dell’intelligenza fuori luogo a causa di questo mio guilty pleasure, ci tengo a precisare che gli enigmisti veramente intelligenti sanno fare i rebus, e io no.

[Nemmeno gli anagrammi. E il sudoku. Non sono brava neanche ad essere nerd].

Della Settimana Enigmistica prediligo le cornici concentriche e il bersaglio: ma gli ermetici della Domenica Quiz per me restano il top.

La vera campionessa, comunque, è mia mamma.

Mia mamma è così spavalda che fa le parole crociate a penna.

Provo un brivido a metterlo così, nero su bianco. Io solo matita e gomma e frequenti cancellature e grandi porconi. Mio papà anche. Sulle matite poi si può aprire una grande parentesi.

Le matite, a memoria storica, dai tempi di mia nonna Mary, non si buttano. Si usano finché sono sono lunghe pochi millimetri, che per scrivere devi tenerle fra le unghie e puoi temperarle solo con attrezzi da cesellatore medievale, e poi si ripongono in apposite scatole, dove stanno a riposare finché i tuoi eredi non le ritroveranno. Se i tuoi eredi hanno più buon senso di te, le butteranno.
Ovviamente, essendo il patrimonio genetico quel che è, i tuoi eredi non le butteranno. Rimpolperanno le scatole di nuovi cadaveri di matitina e le lasceranno lì, in attesa che gli archeologi del futuro le ritrovino e si domandino come e perché.

Io ho una pericolosa tendenza alla conservazione delle matitine. Il gene Scopello ha annacquato l’istinto, ma non troppo. Inutile dire che l’Orso mi schernisce non poco, quando mi vede impugnare una matitina tra pollice e indice cercando di temperarla, in evidente spregio a tutte le leggi della fisica.

La regola inoppugnabile dell’enigmistica chez Incorporelli, è che le risposte non si cercano su Google. Mai. Forse solo di nascosto a tarda notte chiusi in bagno, sudando, con enormi sensi di colpa.

Puoi chiedere un aiuto a chi ti sta accanto, fare sondaggi fra i conoscenti, telefonare alla zia ex professoressa – che è un po’ una versione beta di Google, a ben pensarci. Il codice d’onore dell’enigmista lo consente, ma ricorrere al motore di ricerca dell’Intenet è un’onta, che nessuna gomma può cancellare.

In caso di disperazione, babbo Nello ricorre all’enciclopedia, quella di carta in seicento volumi. Scartabella, suda, ravana fra le definizioni e scopre informazioni casuali che non c’entrano niente con la soluzione ma che ricicla poi in occasioni mondane. Fingendo tra l’altro che siano informazioni alla portata di tutti, e ignorante tu che non lo sai.

Ecco una sua frase tipo:

“Ma come, non sai che cos’è un succiacapre? Ma dài! Il nottolone! Ma insomma!”.

Quando il superermetico è finito, io generalmente ho tre tipi di risultati:

  1. parole che so, che ho intenzionalmente scritto e che corrispondono a realtà
  2. parole che sono chiaramente sbagliate e non esistono, tipo “abursalengo”
  3. parole che sono sicura siano sbagliate, ma che a quel punto vado a controllare nelle soluzioni e scopro essere giuste. Lì le googlo, pensando “così la prossima volta lo so”, ma tipicamente, la volta dopo, mi sono di nuovo dimenticata che cosa vuol dire “trozza” o “saluen” o “comneni” e quindi ciccia

Forse è proprio a causa di questi epiloghi reiterati che sono affezionata all’enigmistica: mi diverte, mi intrattiene, e mi sembra anche paradigmatica di un po’ tutti gli ambiti della mia esistenza.

Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

Shuffle

Io sono una grande fan della funzione casuale dell’Ipod.

Forse sono anche una delle tre persone rimaste ad usare l’Ipod: io, un pony express del Malawi e una soccer mom dell’Oregon.

Le persone intorno a me usano tutte Spotify, gli hipster stanno tornando al walkman, se c’è qualcuno che ancora fa uso del discman si palesi che voglio stringergli la mano, io anche negli anni d’oro del Cd non sono mai riuscita ad ascoltarlo senza che saltasse come un canguro con il singhiozzo, l’unico modo per domarlo era giacere sul letto in uno stato di morte apparente.

L’Ipod, l’ho già detto qui, fa parte di me, come gli occhiali e il rossetto rosso: ho solo l’orrendo difetto di dimenticarmi sempre dove minchia lo metto, per cui, prima di uscire di casa, devo sempre preventivare quei dieci minuti di vana ricerca.

Dicevamo, la funzione casuale.
[Che poi un esperto di statistica mi disse che non è veramente casuale: pare che la Apple abbia dovuto modificarne le impostazioni dopo molti reclami per adeguarlo al concetto comune di casualità.
In teoria, la vera funzione casuale può farti ascoltare la stessa canzone di seguito anche sei volte, cosa che all’utente medio fa pensare a un Ipod con disturbi di personalità o posseduto dallo spirito dei Cranberries. Forse questa cosa è una leggenda metropolitana, ma io l’ho presa per buona, adesso non smentitemi, per favore, che già certezze ne ho poche].

Andare in giro con i brani in modalità shuffle può essere frustrante o perfetto, in un’ottima simbologia della vita stessa e delle mie passeggiate in solitaria sull’asfalto sabaudo. È un po’ come coltivare il pensiero magico, ma con l’ausilio della tecnologia.

Ci sono momenti di perfezione totale.

Quello che mi si è scolpito più nella memoria è stato quest’estate: sola, sulla spiaggia di Huntington Beach, l’Orso disperso in bici nei dintorni, io che non facevo niente se non guardare l’oceano e un ubriaco sulla passeggiata che speravo vivamente non mi approcciasse. Io ho questa cosa che se c’è un pazzo nel raggio di cento chilometri prima o poi arriva da me e vuole instaurare un rapporto, breve, magari, ma intenso. È come se me ne andassi in giro con su scritto Ciao, rompimi i coglioni! sulla fronte.

E poi è partita Sloop John B dei Beach Boys e io mi sono sentita così precisamente nel momento giusto, nel posto giusto, con la canzone giusta a fare la cosa giusta. Come se l’universo mi stesse facendo un high five, la telecamera immaginaria a zoomare sui miei piedi nudi e sulla felpetta antivento, il cielo dolce e azzurro e già in agguato la nostalgia del ripensarsi, nei giorni di pioggia, del rivedersi in prospettiva, quando in quel momento perfetto i pezzi del puzzle erano incastrati a dovere e c’era solo da respirare con calma e bersi il sole.

Ci sono momenti in cui dici, vabbè però allora vaffanculo, se devi fare così. Ma non mandi avanti, no. Bevi l’amaro calice fino in fondo, l’abbiamo fatto tutti, nevvero?
La canzone più straziante per il momento in cui affondi nella pauta ma non vuoi emergerne, anzi: vuoi che la mota ti sommerga e i dolori della giovane Werthera abbiano fine, e tutti piangano al tuo funerale e dicano che bella che eri e quanto t’amavano e quanto mancherai al mondo, che di sicuro non sarà più lo stesso posto di prima.

Mediamente questo è quando ti lascia il fidanzato, e io non facevo eccezione, in quell’aprile di anni e anni fa – che aprile è il mese più crudele s’era già detto, del resto.

La canzone in questione era Christopher’s River dei Biffy Clyro e le panchine di Piazza Vittorio il posto giusto per sciogliersi in lacrime, visto che, notoriamente, garantiscono la privacy necessaria a straziarsi di ricordi d’amore perduto e ineluttabilità di un futuro fatto di solitudine.

Mai una Katy Perry o un trashone anni 80 quando servono.

La funzione casuale, inoltre, sopperisce alla mia naturale inabilità di fare le playlist. Oh, ci ho provato, a mettermi lì con tutte le mie migliori intenzioni, ma niente: mi areno. Le mie playlist arrivano al massimo a sei canzoni. Poi mi stufo, mi demotivo, mi perplimo.

La playlist pianifica un po’ come ti sentirai in quel momento, quando schiaccerai play e comincerai a fare le cose, ma io che ne so?

Io non so manco come sto adesso, se non me lo dice una canzone.

 

Effetti collaterali di tanta bellezza.

Siamo stati a New York, io e l’Orso.

Lo dico nel caso qualcuno non fosse stato tediato abbastanza dai miei ovvi post su Instagram e Facebook, con indizi appena accennati sullo sfondo, tipo la Statua della Libertà.

Era la seconda volta, e, pur non avendo avuto illuminazioni esistenziali come la prima volta che ci sono stata, quella città mi smuove sempre cose. O forse, più in generale, viaggiare mi crea sempre smottamenti, più de core che de panza.

La sensazione primaria è che ci siano posti al mondo che esigono da te più cose. Che ti chiedono di essere più e meglio, e in cambio ti danno energia purissima e bellezza. New York lo fa forse all’ennesima potenza. Non a caso, in un pomeriggio di sole a Washington Square, mentre l’Orso sgattava vinili in un negozio, mi sono seduta su una panchina a leggere Time Out e mi sono imbattuta in una frase di Scarlett Johansson che diceva esattamente questo:

The city is unforgiving. It’s beautiful and tragic and, you know, available and distant, all in one afternoon.

Nel frattempo, sul blog di Zandegù usciva questo post, che si incastrava bene in quello che stavo pensando. È un post bellissimo e non riesco a smettere di pensarci, scritto con chiarezza magistrale, e la dose giusta di serietà e ironia (ma ci stupisce che Marianna sia così brava? NO).
E poi, in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano, ho comprato in una libreria pazzesca (lo Strand Bookstore) un libro di Alida Nugent che si chiama You don’t have to like me, e raccoglie una serie di scritti  buffi e interessanti sul femminismo, sulla crescita, sulla percezione di sé, sul coraggio di dire le cose.

I fear that I’m ordinary, just like everyone, ha cantato Billy Corgan infinite volte nelle mie orecchie dal 1995, in una delle canzoni che amo di più al mondo, ed è un po’ questo che temiamo in tanti, no? Di essere qualunqui, di non avere stelle che ci esplodono nel petto e nulla di magico per il quale essere ricordati per sempre. E forse nell’era dei social è ancora più sentito, farsi vedere, farsi apprezzare, spiccare fra la massa.
Per ottenere cose che a volte sono davvero necessarie alla nostra sussistenza, ma altre volte servono solo a coccolarci l’ego. E non sto condannando nessuno, dio solo sa se non lo faccio pure io (però spero sempre che intorno a me ci sia qualcuno di abbastanza pietoso che, se vede che esagero, mi dà una botta in testa e mi toglie la connessione).

Ho pensato alla grande città e alle grandi storie di successo: ho pensato a Lena Dunham – perché quest’ultima serie di Girls mi sta proprio piacendo da pazzi, e perché la stimo profondamente – e mi sono detta che c’è un motivo se io non sono mai stata la Lena Dunham di Parella, ed è che lei è più brava di me, si è fatta il culo, ha usato al massimo le sue possibilità e ha fatto quello che voleva. E come lei migliaia di altre persone che sono i Michelangelo o le Frida Khalo di questo secolo e fanno cose pazzesche, che hai voglia a dire ecco loro sì e io no.

Ho pensato che nel mio piccolo orticello urbano, la sola risposta che ho – oltre al grazie al cazzo che per me è un bel passe-partout ogni volta che faccio pensieri ovvi – è fare le cose per me. Non per quello che diranno o vedranno gli altri. Nel senso: il punto non è il dopo. Non è il successo o l’apprezzamento o i fischi e le uova marce. Il punto è come sto mentre le faccio, quanto mi piace farle, quanto sono soddisfatta di quello che ho prodotto indipendentemente dalle reazioni.

E ho pensato al provincialismo, che è quella roba che ti sta attaccata addosso a Torino e a New York e a Castiglione Falletto.
Il provincialismo è pensare che chi ha ottenuto un successo non vale più di te, ma ha solo avuto più culo, più opportunità, le spalle più coperte o whatever. A volte magari succede, ma a volte, semplicemente, è stato più bravo. Più focalizzato. Ha fatto salti nel vuoto che tu, mmmh, anche no. E mentre io tenevo il mio culo ben al riparo dall’abisso, qualcun altro saltava, e scommetteva sul fatto di avere le ali.
Ma il provincialismo è anche pensare che tu ormai quel salto lì non lo fai più. Perché le cose non si cambiano, signora mia. È molto triste ma anche molto rassicurante dirci che le scelte fatte ormai sono scolpite nel granito dei secoli.

Quello che ho pensato mentre smaltivo pollo fritto per le strade di New York, è che non ho il minimo potere sulle decisioni e sulle reazioni degli altri. Sul modo in cui mi vedranno, su quello che diranno di me quando non ci sono, posto che qualcuno abbia davvero il tempo e la voglia di dire qualcosa e pensare qualcosa di me e di quello che faccio – perché uno dei capisaldi della mia intera esistenza è proprio che alla gente, di noi, gliene fotte infinitamente meno di quello che crediamo.

Ho il potere, però, di sapere quello che voglio fare, e come lo voglio fare. E di farlo. Come se nessuno vedesse, anche se poi, inevitabilmente, qualcuno vedrà.
Di far sporgere un po’ le chiappe sull’abisso, giusto per vedere se morde.

[Per le inevitabili considerazioni di costume e i maltrattamenti verbali all’Orso in trasferta, prevedo altri post, magari un po’ meno supercazzola di questo qua].

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

le avventure acquatiche della giovane Incorporella

Io non sono di quelle che lo sport poi a un certo punto lo rivalutano.

Vorrei che fosse chiaro. Non sono di quelle che sì, non avevo voglia di andarci, però poi sono stata contenta. Non sono di quelle che si sentono in colpa se non muovono le chiappe per alcune ere geologiche di fila. Non sono di quelle che, non l’avrei mai detto ma mi sono appassionata. Sono irrimediabilmente, geneticamente, inesorabilmente pigra.

Lo sono da sempre. L’attività fisica mi fa cagare. Chi mi conosce lo sa e non manca di fare battute al riguardo.

L’unico motivo per cui posso piegarmi a fare sport è se me lo dice il dottore. E stavolta, ahimè, me l’ha detto. La circolazione, le caviglie stile Heidi, le vene varicose in agguato, il gomito che fa contatto col ginocchio, l’invasione degli ultracorpi, dovresti proprio fare acquagym.

Ed è così che, con un moto contrario e inverso e innaturale, ho rubato l’accappatoio di microfibra all’Orso, ho riesumato un vecchio costume Arena in cui sembro l’omonimo rollè, e lento pede mi sono incamminata verso la piscina più vicina che ho trovato.

Ho pagato, reggendo il bancomat come Muzio Scevola la mano sul braciere, l’occhio fisso all’orizzonte, il cuore pieno di nefandi presagi.

Dentro di me già pregavo: dio, fa’ che non ci siano nessuno che ha meno di settant’anni, e che la lezione sia proporzionata all’anagrafe.

Come previsto, ho subito sbagliato qualcosa: non ero mai stata in quella piscina, non sapevo dove cazzo andare, sapevo solo che ad un certo punto avrei trovato un tornello in cui strisciare la tessera, quindi ho strisciato la tessera nel primo tornello che ho trovato. C’è stato un BIIIP gigante e il tornello non s’è mosso. È uscita una signorina un po’ seccata che mi ha detto con tono glaciale “Ha bisogno?”. Io ho subito pensato che mi avessero sgamata: ecco, è lei quella che non fa un saltello dal 2003! Presto, Fitness Police, arrestatela! In realtà è solo venuto fuori che il tornello che serviva a me era al piano di sotto.

Ho trovato lo spogliatoio, dopo aver controllato venti volte che fosse quello delle femmine, per evitare di incappare in una foresta di pirilli e dare scandalo già subito.
Abbandonate le scarpe all’ingresso, insieme ad ogni speranza per un mondo migliore, ho scelto un armadietto a caso, ci ho buttato dentro tutti i miei averi, mi sono inguainata nel mio bel costumino sgambato anni 90. Poi, proprio mentre ero lì piegata cercando di togliermi i calzini per mettere le infradito, ho sentito una presenza a pochi millimetri dalla mia schiena –  ma forse, per amore di verità e vista l’incauta posizione, è meglio dire dal mio culo.

Non era Padre Pio venuto in mio soccorso con una dispensa divina, ma una signora di una certa età, con tanto di piumino e sciarpa nonostante i 67 gradi di temperatura, che mi guardava con disgusto.

“Devo arrivare a quell’armadietto. Lei finisca, io intanto aspetto”.

C’erano altri trecento armadietti liberi, ma io sono riuscita a scegliere proprio l’unico immediatamente sopra a quello desiderato dalla signora, probabilmente sofferente di DOC. Ha aspettato, tutta vestita, mentre l’uranio le si fondeva lungo i fianchi, senza spostarsi di un centimetro.

E così ho finito di cambiarmi e di mettere a posto le ultime cose con una signora mai vista prima amorevolmente attaccata alle mie terga, come un koala molto affettuoso. Il tutto in uno spogliatoio mezzo vuoto, giusto per aggiungere irrealtà alla scena.

Ho messo la cuffia (oh, poi un giorno parleremo anche dell’estrema umiliazione estetica rappresentata dalla cuffia), mi sono fatta la doccia e mi sono addentrata ciabattante nella piscina vera e propria. Ho appeso l’accappatoio in sei posti diversi prima di capire qual era effettivamente la parte giusta della piscina. Per capirlo, mi sono appostata dietro a una settantenne rassicurante e ho copiato quello che faceva lei.

Poi è iniziata la lezione.

Tre cose vorrei sottolineare di questa lezione di acquagym:

  1. La musica: avevo rimosso quali orrori dance potessero accompagnare il movimento fisico in acqua. Credo esistano delle compilation apposta. Le usano in piscina e a Guantanamo per far parlare i terroristi.
  2. Hello scoordinazione my old friend. Tutti su con la gamba destra, e io piego il gomito sinistro. Aprite le braccia verso l’esterno! E io muovo le orecchie come una lepre dei Cotswolds. Saltellare sul posto portando le ginocchia al petto, io mi produco in un triplo carpiato e mi procuro una commozione cerebrale. Oh, non ce la faccio. Deve essere un qualche gene recessivo di cui non ero a conoscenza.
  3. Il tempo non passa mai. Mai. Ho buttato un occhio all’orologio certa che fossero passati almeno venti minuti e ne erano passati cinque. CINQUE. Per tutto il tempo ho ripetuto un unico mantra: machecazzocifaccioioqui. Ciao Buddha, lo so che lo sto facendo male. Ohm.

E poi niente, è tutto finito, anche se credo che in qualche universo parallelo ci sia ancora una versione di me che lancia involontariamente pesetti di gommapiuma in testa alle vecchiette, che, per inciso, mi hanno dato merda alla grandissima, dal punto di vista motorio. Asfaltata, proprio. Ma mi hanno anche dato supporto: brava, per essere la tua prima lezione te la sei cavata, continua così, ci vediamo dopodomani?

Ma che dopodomani, signore, io una volta alla settimana e fa’ che t’nabia.

Ti ritrovi con un cuore di paglia

A voi che vi piace l’autunno, che volete che vi dica.

Lasciatemi sola con il mio dolore mentre mi aggrappo alle tende.

Giorni più corti, freddi, umidi, bui.

La nostalgia sempre in agguato, unica consolazione i canini di instagram.

A proposito di canini, quello che abbiamo notato io e l’Orso in California è che lì dove tutte le case hanno il giardini e potrebbero scorrazzare i labrador, la maggior parte della gente ha cani grossi come un’arachide. Perlopiù orribili, sfigati, che sembrano rimasti chiusi in una porta da piccoli. Tenerissimi nelle loro pettorine custom, ma racchi da far pietà. Di solito in numero pari, a multipli di due, seminano bruttezza e cuori spezzati sulle strade assolate. Quando a fare il paio è un cane di razza, di solito è vecchissimo, in anni umani ne ha almeno 80, col nasone bianco e le zampe artritiche, l’occhione buono velato dalla cataratta. A me questa cosa è piaciuta molto, perché dei pitbull giovani che infestano le strade italiane ho una paura fottuta e spesso preferisco rischiare di essere investita da un camion piuttosto che annusata sul marciapiede.

C’ho nostalgia della California, e lo so che non vale, perché ci sono stata tre settimane a fare la turista pirla con le orecchie di Topolino e l’accento piemontese, però ce l’ho lo stesso. Ho nostalgia anche di Londra, di Tokyo e di Riccione e di Torino in primavera quando inizi a uscire senza calze e a fare aperitivo nei dehor, e stendi fuori le lenzuola senza averle umide per una settimana in mezzo al corridoio, che poi quando le ritiri praticamente sono già sporche di nuovo e sanno del broccolo bollito dell’altroieri.

Ho nostalgia di Danny Duquette e Izzie Stevens e dei piantoni su Chasing Cars, soprattutto ho nostalgia di Cristina Yang e anche se so che non tornerà, un po’ non ho smesso di crederci.

Ho nostalgia di quando mi ammalavo e mamma Scopella tornava a casa con il prosciutto cotto e l’Estathe al limone, mentre Nello metteva su una catena di montaggio di pezzuoline bagnate sulla fronte che Marchionne scansati.

Ho nostalgia di quando non c’erano i cellulari e avevo una cosa di meno di cui avere l’ansia di averla lasciata sul tavolo della pizzeria, perché forse a vedermi così non si direbbe, ma io ho continuamente l’ansia di seminare le cose in giro – perché mi conosco, e più invecchio più la lista cresce e la memoria perde colpi, ieri mattina stavo per arrivare in ritardo alla Gang perché ero chiusa in casa e avevo appoggiato le chiavi nello sgabuzzino – dio solo sa perché – e non le trovavo più e ovviamente senza aprire la porta non potevo uscire, e oltre all’ovvia ansia di essere chiusa in casa c’era pure l’ansia della figura da coglionazza che avrei fatto con l’Orso e col Capo. Che però mi conoscono e sanno che sono proprio coglionazza così, senza additivi.

D’autunno io non ho voglia di niente che non sia avvolgermi come Dracula in un sudario di pile, ciucciare un carboidrato a caso e aspettare che le giornate si allunghino di nuovo.

L’anno prossimo voi autunnisti fatemi un favore e l’autunno piacetevelo a casa vostra.

impariamo dai tafani

Correva l’anno del signore 1995 e io partivo per la vacanza in Grecia con la mia amica Petunia.

Avevo 15 anni ed ero abbastanza grassa.

Grassa è una parola che non mi piace particolarmente, perché ha in sé quell’eco negativa venuta con l’amabile abitudine di usarla come insulto. Provate a dire ad alta voce “grassa”, sembra uno sputo. È anche però un dignitoso aggettivo della lingua italiana, e poi non mi pare il caso di avere paura delle parole. Quindi, sì, grassa è qualcosa che sia addice alla me stessa quindicenne.

In quel momento essere grassa mi turbava meno che smettere di mangiare, quindi ero scesa a patti con il fatto che, quando conoscevo qualcuno, quella era la prima cosa che notavano di me. Tutto il resto veniva dopo. Il sovrappeso è un difetto che ti cataloga in maniera immediata: se hai l’alitosi, sei stronza o hai i piedi piatti, o più banalmente sei cretina, sono tutte cose che ti verranno contestate al massimo in un secondo momento. Grassa no, lo sei da subito. E poi magari non è neanche la cosa peggiore che sei, ma ti definisce agli occhi delle altre persone in maniera subitanea e indelebile.

La vacanza in Grecia è andata bene, è stata bella. In quel mese attraverso il Peloponneso ho preso altri cinque chili a suon di gyros – credo – ma questo non mi ha impedito di godermi l’Acropoli e l’Egeo, e di innamorami per sempre di quella penisola e delle sue cicale.

Al ritorno, a casa di Petunia, per caso, un pomeriggio, ho trovato, credo cercando qualcosa con cui sottolineare quello che stavo studiando, una cartolina che le aveva mandato il nostro comune amico Giuseppe. Erano gli anni 90, ci mandavamo ancora le cartoline, sì. Ci tenevamo parecchio, anche.

Su quella cartolina c’era scritto qualcosa del tipo, cara Petunia, ciao come stai? Sei stata in vacanza con quella cicciona di Incorporella, chissà che roba, scommetto che non si è neanche messa in costume. Baci e abbracci e amenità.

Non so se era previsto che io quella cartolina non la leggessi mai. Di certo, ero a casa di Petunia quasi tutti i pomeriggi, facevamo i compiti spesso insieme – o facevamo finta. La cartolina era sulla scrivania, appoggiata lì da chissà quanto. Sta di fatto che l’ho letta. E ci sono rimasta di merda.

Ci sono rimasta di merda non tanto per Giuseppe, al quale sapevo di non essere mai piaciuta più che tanto – e non solo fisicamente. Ci sono rimasta di merda perché, se lui sentiva di poter fare queste affermazioni con Petunia, evidentemente per lei andava bene.
Io e Petunia eravamo amiche dalla prima elementare. Andavamo in vacanza assieme – appunto. I nostri genitori si conoscevano, si frequentavano. Era mia amica.

Se ben ricordo l’ho guardata e le ho detto scusa, e questo? E lei deve avermi risposto, sai com’è Giuseppe. Sì, un cretino. Ma tu?

Non ho litigato con Petunia quel giorno. È successo un po’ di tempo dopo, per un altro motivo.

Ma quel giorno ho capito che non avevo bisogno di amiche come lei.

Ho capito che se era pronta a svendermi per una complicità banale con un tizio abbastanza qualsiasi (sul quale, tra l’altro, non aveva nemmeno mire sentimentali), non era davvero dalla mia parte. E le amiche sono dalla tua parte, sempre. Anche quando ti cazziano, ti sgridano, ti criticano.

Sono passati tanti anni da quell’estate, e la maggior parte di questi anni li ho vissuti con un BMI normale, anche se probabilmente per certi canoni sono ancora grassa, ma chi se ne frega. Di quei canoni, dico.

Non ero particolarmente saggia o evoluta a quindici anni, e in tutta onestà dubito di esserlo adesso. Ma quello che sapevo allora, e quello che so adesso, è che non bisogna mai vergognarsi di mettersi un costume e godersi il mare – o la piscina, il lago il torrente Varaita, quel che è – con buona pace dei Giuseppe della situazione.

Penso al catalogo di persone che conosco, persone femmine – ma non per razzismo, solo perché con loro mi è capitato più spesso di parlare di prova costume, imbarazzi, vergogne. Oh, se qualche maschio vuole venirmi a raccontare i suoi complessi, sono pronta ad ascoltare, ma davvero.

Insomma. Nessuna di noi è fisicamente uguale all’altra. C’è chi è più magra, più grassa, chi ha le gambe snelle e lunghe e la panciotta, chi è piatta come una tavola, chi ha chiappe importanti, chi tette rigogliose, siamo alte, basse, bianco latte, con caviglie da Heidi, nasi, bocche, capelli tutti diversi. Devo dire la verità: pochissime di noi, quasi nessuna, ha il corpo che ci propinano i media.  È che probabilmente non siamo nate per essere identiche. Siamo pezzi unici. E siamo un gran bello spettacolo, fatemelo dire.

Pochissime di noi si mettono un pezzo di lycra a cuor leggero. È un fatto. E mi dispiace.

Mi dispiace anche perché la seconda cosa che ho imparato è che alla gente, in realtà, di noi non gliene frega un cazzo.
I soli giudici implacabili del nostro corpo siamo noi.

Ripensate alle vostre vacanze al mare. Vi ricordate davvero la misura delle chiappe della vostra vicina d’ombrellone? Io no. Mi ricordo l’arietta, l’odore di olio al cocco, il rumore delle onde, i baffi sudati, la sedia del bar che si appiccica mente mangi il Cornetto, ai bagni 57 è stata ritrovata una bambina con costume rosso che risponde al nome di Lucia, venitevela a prendere.

Mi ricordo la sensazione meravigliosa di non aver niente da fare, le gocce di acqua salata che cadono dai capelli e bagnano il numero nuovo di Topolino, aspettare il tramonto, impanarsi di sabbia e crema. La birra Mythos nei bicchieri ghiacciati. Il collo del piede ustionato, il silenzio immenso del dopopranzo.

Io sono sempre pronta per la prova costume, perché – sempre – non vedo l’ora di andare in vacanza. E ci vado sempre con lo stesso, benedetto corpo, che sopporta i miei sfaceli con pazienza e resiste alle intemperie, e fa in modo che io faccia tutto quello che mi piace, quando voglio farlo.

Qualunque sia il nostro corpo, direi che è il caso di ficcarlo in un cazzo di costume senza paranoie, e goderci la vacanza – che sia di un giorno o di tre mesi – senza romperci troppo le palle a contare i buchi di cellulite. Perché tutte le paranoie del mondo non valgono la magica sensazione della sabbia calda e dell’acqua fresca, del venticello di promesse e brividini, della goduria suprema del fondo del calippo che ti si rovescia fra le tette a tradimento, richiamando orde di tafani.

I tafani ci amano e ci desiderano per quello che siamo: nude e zuccherate. Impariamo da loro, signore mie.

E se va bene a me, buon bikini a tutte.