Cinque canzoni [Sanremo Edition]

È un post difficile perché conta grandi esclusi.

Mi sono interrogata in profondità: volevo scoprire dentro di me la risposta definitiva, il Moloch della mia formazione musicale infantile. Le cinque canzoni che per me sono Sanremo – non le più famose, le più cantate, le più riascoltate, ma quelle che, con una magica combinazione di note e parole, hanno segnato il mio imprinting.

Quelle che oggi mi fanno dire: sì, questa è una canzone da Sanremo, oppure, no, buu, non siamo mica al Festivalbar.

Bando alle ciance, alle premesse, ai rimpianti.

Eccole.

Storie di tutti i giorni, Riccardo Fogli, Sanremo 1982


Storie di noi brava gente, 
che fa fatica, s’innamora con niente, vita di sempre, ma in mente grandi idee.
Un po’ la storia della mia vita, che dire? Il Riccardone nazionale all’epoca sfoggiava il physique du rôle del seduttore della porta accanto (e secondo me qualche brividone inatteso l’ha regalato pure quest’anno, sotto la pelliccia di castorino di tante spettatrici batte un cuore giovane).
L’epica di questa canzone è nella verve rockettara e nel testo colmo di empatia, anticipa gli Uomini Soli di dieci anni dopo (un giorno in più che se ne va, un uomo stanco che nessuno ascolterà), l’insoddisfazione di questo amore che non è grande come vorrei, lo sguardo fiero di chi è provato ma non sconfitto, espresso dalla potenza vocale di un piùùùùù prolungato, cantato alla finestra di una periferia crudele, dove forse c’è una donna al balcone che innaffia i gerani ed è pronta a raccogliere la sfida e a ingrandire questo amore quanto basta.

Sarà quel che sarà, Tiziana Rivale, Sanremo 1983

Questa canzone mi entusiasmava molto, fa presagire grandi amori, dando voce al fatalismo spinto che mi avrebbe poi accompagnata di cazzata in cazzata per il resto della mia vita.
Se anche l’acqua poi andasse all’insù, ci crederei perché ci credi anche tu. Sorvolando sulle rime azzardate, che sono un po’ cifra stilistica di tutto il brano, qua è chiaro il riferimento a una donna innamorata che si rende perfettamente conto delle supercazzole a cui è quotidianamente sottoposta, ma decide di non darci peso.
Una storia siamo noi, con i miei problemi e i tuoi, che risolveremo e poi…E qui va in scena un po’ la Rossella O’Hara dell’Ariston, domani è un altro giorno, adesso vieni a tavola che scolo la pasta.
Forse è anche grazie a Tiziana Rivale se non ho mai avuto la fregola di sistemarmi, mettere su casa, famiglia, acquistare animali domestici, stabilire piani di risparmi quinquennali, e all’alba dei 40 anni vivo ancora un po’ così, come viene, stiamo insieme da 10 anni ma non è niente di serio, dài.

Si può dare di più, Morandi, Ruggeri e Tozzi, Sanremo 1987

Non so se ho mai parlato pubblicamente del mio amore per Gianni Morandi in questa o altre sedi, ma lui è stato per la mia infanzia quello che Axl Rose è stato per la mia adolescenza.
Inoltre con Si può dare di più veniva finalmente introdotto il tema sociale nelle mie playlist, finora popolate, alternativamente, di amori finiti in maniera tragica e strani ometti blu.
A sette anni avevo attaccato sulla porta della mia cameretta l’adesivo del WWF e quello contro il nucleare, mi sembrava bello e nobile poter cantare Perché la guerra, la carestia, non sono scene viste in TV, e non puoi dire lascia che sia, perché né avresti un po’ colpa anche tu.
In questo sicuramente c’entravano anche le suore, Marcellino Pane e Vino, i biglietti di Natale dell’Unicef e finisci quello che hai nel piatto, uno strano groviglio di suggestioni che in definitiva forgiava la mia etica.

[Umbertone ci avrebbe riprovato con Gli altri siamo noi, a cavalcare l’onda del volemose bene ai poveretti della società, ma io personalmente l’ho sempre preferito in versione Stella Stai]

Gianni, Umberto ed Enrico parlavano a tutti, ma senza spocchia: come fare non so, non lo sai neanche tu, ma di certo si può dare di più. Interrogativi pressanti, portati alla coscienza degli italiani, ben prima che si scoprisse che bastavano un pugno di like e una condivisione ben piazzata su Facebook per appianare le più disparate questioni di responsabilità civile.

Dopo la tempesta, Marcella Bella, Sanremo 1988

Tu cuore non hai, perché mi spezzi quando vuoi.

Poi sarebbe arrivata Janis Joplin a consolarmi nei miei momenti di donnamerdismo, ma a otto anni c’era solo lei, Marcella, permanentata e volitiva, che mi metteva in guardia dai pericoli dell’uomo figo ma stronzo.

Forse oggi, visti i tempi che corrono, non sarebbe più indicato cantare cose come gli schiaffi presi e poi ridati, bicchieri frantumati, ma c’era tutta una verve selvaggia che su di me aveva un appeal incredibile. Lo volevo anche io, il vento caldo, quando fosse stata ora, e vasellame in testa a chi non lo capiva.
Ancora oggi, secondo me, è la canzone più terapeutica da cantare dopo i litigi di coppia, crogiolandoci nei nostri cliché di donna incompresa e maschio barbarico e seduttivo. Minacce a vuoto, sangue caliente, sesso riparatore, recriminazioni. Non vorrei espormi troppo, ma per me questa canzone resta un classico da cui non si può prescindere.

La notte delle favole, Tania Tedesco, Sanremo 1988

Premetto già che di Tania Tedesco mi piaceva tantissimo il look e questo forse può avere avuto un suo peso nell’ascolto ossessivo di questa canzone per tutto il 1988.

Poi: parlava di me! Io vorrei che i grandi fossero bambini e credessero alle favole, e che tornasse il gusto dell’ingenuità. Se c’era una più ingenua di me in quegli anni, non so, forse non è arrivata alla maggiore età. Io sognavo un mondo di adulti fagiani che saltellassero qua e là in abiti pastello, un mondo basato sul baratto e gli allevamenti di pony. Tania Tedesco – apprezzavo anche molto il nome, va detto – era un po’ la mia cantante di regime, in questo senso. Fuori Mameli, dentro Tedesco.
Tra l’altro, nel verso ci unisce là mà-gì-à di essere nati anticipa di parecchio l’uso fantasioso della metrica che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica di un tal Pezzali.

Uno dei pezzi più sottovalutati della storia dell’Ariston, ecco. Ma forse non è troppo tardi per rimediare: andate su Spotify e fate di lei una star, ADESSO.

Bonus track (non poteva mancare, eh):

Maledetta primavera, Loretta Goggi, Sanremo 1981.
Non avrei inserito questa canzone, ma non per altro: perché non riesco ad associarla precisamente a Sanremo. La associo un po’ a tutto della mia vita: le serate alcooliche, il Pride di Genova del 2009, i viaggi in macchina di allora e di adesso, un’audiocassetta gialla con il logo della Barilla, best of sanremese omaggio di qualche triplo pacco di tortiglioni.

Non so se davvero esista qualcuno che riesca a non cantarla quando parte, a non riconoscerla seduta stante quando la passano da qualche parte, se c’è qualcuno che non si è mai sentito perculato dall’odore frizzante nell’aria che risvegliava l’ormone e scatenava desideri inconsulti.

I topoi ci sono tutti: l’innamoramento subitaneo, l’abbandono, lo struggimento, l’ugola che vibra nel richiamo di un amore che era meglio di no, ma in fondo chi se ne frega, sì.

[Per la stesura di questo post mi sono consultata con svariate persone e ho, come inedito, l’ospitata di ben due top five di persone a me molto care, e che hanno gusti musicali ben più raffinati dei miei. Uno è l’Orso, l’altro il mio Socio Anonimo Massimo. Eccole qui:

Orso:

  1. Si può dare di più, Morandi – Ruggeri – Tozzi, 1987
  2. Perdere l’amore, Massimo Ranieri, 1988
  3. Ci sarà, Al Bano e Romina, 1984
  4. Ti lascerò, Oxa – Leali, 1989
  5. Adesso tu, Eros Ramazzotti, 1986

Bonus track: Per Elisa, Alice, 1981

Massimo:

  1. Per Elisa, Alice, 1981
  2. Luce (Tramonti a nord-est), Elisa, 2001
  3. Tutti i miei sbagli, Subsonica, 2000
  4. Maledetta primavera, Loretta Goggi, 1981
  5. Controvento, Arisa, 2014

Bonus Track: Vacanze Romane, Matia Bazar, 1983.

Come noterete, Massimo si discosta parecchio dalla tradizione, ed è stato un po’ maltrattato per questo].

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Belli e dannati

C’è una cosa che devi sapere di me, perché se iniziamo a stare insieme comunque prima o poi lo scoprirai da sola, mi ha detto l’Orso tipo al secondo appuntamento.

Vedi, ha continuato, io ho una maledizione, la maledizione delle file. Entro in un posto, non c’è nessuno, mi distraggo un attimo a guardare il menù o gli articoli in esposizione, mi giro e si è formata una coda chilometrica di persone davanti a me.

E poi: se sono in fila da qualunque parte – al supermercato, alle poste, in aeroporto – succede sempre qualche casino e la mia coda non va mai avanti.

Io ho sorriso e l’ho presa un po’ sottogamba, ma, per alleggerire l’atmosfera, gli ho detto: figurati, io ho la maledizione degli acquisti online. Qualsiasi cosa io provi ad acquistare online, da qualsiasi sito, ha un intoppo o non arriva proprio. Un anno avevo ordinato a inizio novembre un sacco di regali di Natale su Urban Outfitters: mi hanno mandato una mail l’8 dicembre dicendo che l’ordine aveva avuto dei problemi, e che comunque non sarebbe arrivato per tempo, e che quindi mi restituivano i soldi e ciccia.

Questo succedeva dieci anni fa, ma la mia maledizione è intatta.

Una volta ho comprato un libro fuori catalogo da una libreria reminder con solo ottimi feedback, non è mai arrivato. Un’altra volta, un paio di pantaloni sul sito di Cos (in negozio era finita la mia taglia) hanno vagato per la città per una decina di giorni, perché il corriere non trovava l’indirizzo. L’ultima volta, la settimana scorsa, mi ha telefonato il signore della TNT perché sull’etichetta non era venuto stampato l’indirizzo di consegna.

[Nota Bene: io non amo particolarmente comprare online. Mi piace provare la roba, chiacchierare con le commesse, fare amicizia nei camerini. Compro online solo quello che non ho modo di trovare nei negozi. E meno male. Se no andrei in giro nuda].

La mia maledizione, dicevo, è intatta: ma non solo. Ho ereditato anche quella dell’Orso.

La maledizione delle file è particolarmente virulenta. Inoltre, può esprimersi in vari modi: soft, hard, hardcore double penetration con sabbia.

Soft è praticamente la regola. Il fattore umano in coda è in media così composto: ho davanti un signore del Sichuan occidentale appena arrivato a Torino che paga solo in galline vive e pizze di fango.
Poi c’è una signora che ha tre pezzi nel carrello e altri seicendododici nella borsa di Mary Poppins.
Poi c’è un ragazzino che ha svaligiato la cassetta delle offerte in chiesa e paga un tris di ovetti Kinder da 2 euro in monetine da un centesimo.
Poi c’è un anziano artritico che estrae gli euro uno per uno dalla tasca del paltò facendone rotolare a terra uno su tre, non bastano, estrae il portafoglio, la cassiera non ha il resto, chiede ha mica moneta e ricomincia la danza.
Poi c’è la quarantenne stravolta con quattro figli urlanti di fame sonno e malattie esantematiche manifestatesi durante la permanenza in cassa, che su venti pezzi ne ha la metà senza codice a barre e deve andare a sostituirli uno per uno, mentre i figli organizzano un sit-in di protesta al banco frigo.

Poi ci sono io.

Hard è di natura più tecnica: finisce il rotolo della carta, finiscono le monetine, il bancomat non ha la linea, c’è il cambio turno in cassa, si è rovesciato un litro d’olio sul rullo e va pulito, il cassiere è al primo giorno di training la settimana di Natale e va nel panico con un cliente sì e uno anche, storna e suda con le lacrime agli occhi e io vorrei rassicurarlo, dirgli che non è colpa sua, che appena ce ne andremo noi da quella infausta cassa tutto tornerà come prima.

Abbiamo cercato di aggirare la questione in almeno due modi.
Uno: facendo la spesa alla Coop col pratico marchingegno che ti consente di registrare tutti i prodotti prima di metterli nel carrello, e poi di scaricare la spesa direttamente alla cassa automatica, pagare e uscire. Ogni tanto sono previsti dei controlli, per cui, a caso, il cliente è fermato, deve rimettere tutta la spesa imbustata sul rullo, la cassiera ricontrolla il conto e segnala eventuali discrepanze.
Il che, com’è logico, serve ad evitare che la gente rubi, infatti se il conto è giusto ti danno dei punti in più sulla carta fedeltà.
Ecco: a noi il controllo – che, ripeto, è random – succede tutte le volte. TUTTE. Abbiamo vinto un sacco di punti, perché le nostre spese erano sempre minuziosamente registrate, ma capirete che l’intenzione primaria – aggirare la maledizione e fare un po’ più in fretta – decade e muore in un colpo solo.
Due: facendo la spesa al Carrefour, dove ci sono solo due blocchi di casse e la fila unica. Noi, signori, abbiamo bloccato la fila unica. Dall’altra parte la coda scorreva via liscia come l’olio, dal nostro lato tutti fermi e isteria collettiva.

Hardcore double penetration con sabbia è la vetta raggiunta una settimana fa al minimarket dietro casa. Una sola cassa aperta. Sei persone circa davanti. Ci mettiamo in fila. Si blocca la cassa. Aprono un’altra cassa. Aspettiamo un po’, incerti. Il blocco non accenna a risolversi, un capannello di cassieri, magazzinieri, responsabili e passanti cerca di studiare l’inspiegabile fenomeno, io e l’Orso fischiettiamo con aria innocente.
La cassiera ci invita a cambiare cassa.

Ci spostiamo. Le sei persone intanto sono diventate ventisei. La cassa da cui ci eravamo spostati si sblocca, tra il sollievo generale.

Si blocca la nostra.

Decidiamo di non migrare più, aspettiamo pazientemente. Finalmente, risolto il problema tecnico, la fila procede. Abbiamo solo una signora davanti. La signora davanti ha una spesa medio grande, diciamo sugli 80 euro. La signora davanti a noi paga tutto con buoni pasto da tre euro l’uno. La signora davanti a noi non sa che dal primo gennaio i suoi buoni pasto vanno grattati uno per uno.

La signora davanti a noi gratta, uno per uno, circa 30 buoni pasto.

L’Orso invoca il nome del signore con abbinamenti arditi. Io valuto se diventare respiriana e risolvere la questione della spesa una volta per tutte, o se afferrare il mio etto di prosciutto cotto e il litro di latte della Centrale e scappare urlando fuori dalle porte automatiche, invocando l’infermità mentale.

Ah, e poi c’è anche quella volta che abbiamo provato a fare la spesa online.
Lì è stato il colpo di genio perché le nostre maledizioni fila al supermercato + acquisti online si sono sommate.

Metà degli articoli scelti non c’era. Il giorno in cui dovevano consegnare l’ascensore era rotto. E, dulcis in fundo, abbiamo pagato due volte.
Una volta al momento dell’ordine, la sera prima.
La seconda volta, io live con il fattorino che consegnava e che mi ha fatto vedere che sul foglio era scritto, sì, che avremmo pagato con carta di credito, ma al momento della consegna, e se non pagavo si riportava via il mio tonno riomare e tanti saluti.

Io ho pagato.

Ma aveva pagato anche l’Orso la sera prima.

Per il rimborso ci sono volute tre settimane e velate minacce – a vuoto, tipo so dove vivi e come si chiama il tuo cane. Ma sono una centralinista di Matera, non importa, ho un cugino pazzo a Matera, fammi il rimborso o te lo scateno contro.

Non c’è una morale in questo triste racconto. C’è solo la consapevolezza che devi avere tanta pazienza, portarti sempre dietro un libro per far passare il tempo mentre sei in coda, e soprattutto: impara a far durare le provviste.

[Oggi mi sono focalizzata sul supermercato, ma: succede ovunque. Anche al casello. Anche al check-in. Anche quando schiatteremo, probabilmente, avranno smarrito le chiavi per i cancelli dell’aldilà].

Non si va via senza salutare

E anche la famiglia bella ha lasciato la casa di fronte.

I primi a cedere sono stati gli ingegneri dell’ultimo piano.

No more grigliate in balcone e karaoke, no more tentativi di limonamento con l’unico mammifero vagamente femmina presente al festone di Capodanno. È arrivata la coppia giovane&seria, con le tende di plastica bianca per proteggere basilico e bucato.

Non è che io provi odio a prescindere per le coppie giovani&serie, solo perché noi siamo una coppia agée & cazzara. Le tende di plastica bianca, quelle sì,  un po’ le odio, anche perché nei giorni di vento sembra di stare sulla rocca di Gibilterra durante un maremoto, ma senza la spuma e il romanticismo, solo col fragore del PVC che si schianta. Però insomma, ognuno nel suo balcone fa un po’ come vuole.

È che mi ero affezionata ai politecnici fuori sede, ne apprezzavo il candore e lo slippone Navigare scelto da mamma e arrivato col pacco da giù.
Li osservavo pensosi e ciabattanti nel caldo di luglio, nella pausa sigaretta fra un manuale di termostatica applicata e uno di geofisica della brugola, li vedevo tremare sotto le nevi eterne dell’inverno sabaudo, pieni di nostalgia per la patria assolata e fragrante.
[Che poi magari erano della Val Brembana, eh, è che per me i politecnici fuorisede sono sempre salentini, per definizione].

La famiglia del terzo piano, in compenso, mi dava un sacco di soddisfazioni. I figli, transitanti nell’adolescenza con intemperanze controllate, la nonna che li rimetteva in riga a suon di pasta al pomodoro, il balcone strapieno di piante con il gatto che tendeva gli agguati ai fottuti piccioni.

Le feste nei weekend che c’ho casa libera, gli amici giovani con i look anni 90 che si affaccendavano in cucina tra una moretti e una viennetta.

Poi un giorno dal balcone sono sparite tutte le piante, e il colpo d’occhio è stato subito straniante. Via il basilico, il geranio, il timo, il ficus, la menta piperita, il verde generico e i fiori di lillà. Via il gatto. Persiane chiuse. Ho pensato, sono andati in vacanza. Hanno transumato le piante nella vasca perché non morissero di sete. E li ho pensati tutti in viaggio tipo a Mykonos, o sulle Dolomiti, con anche il gatto nella gabbietta e la nonna che redarguiva i camerieri. Il papà spettinato che prendeva la mano della mamma e le diceva, dai che abbiamo fatto bene a fare le vacanze a giugno, e vedrai che le piante sopravvivono. E lei che allungava i piedi sull’erba fresca, guardava il tramonto e beveva un altro sorso di Traminer (più le Dolomiti che Mykonos, a ricorrere nell’immagine che avevo).

Sarebbero tornati abbronzati, il figlio grande malmostoso nel suo scavallamento nell’età adulta, il figlio piccolo sempre meno piccolo ma ancora più cazzaro e più gentilmente turbolento, la nonna solida, il gatto altezzoso fra i vasi e i voltatili.

Invece un giorno si sono aperte le persiane e non c’era più l’orologio a muro dell’Ikea uguale al nostro – e a quello di milioni di altri italiani. Non c’era più il tavolo con la cerata, non le tende né il bordo del letto che si intravedeva.

Sono arrivati degli operai che hanno iniziato, senza riguardo alcuno, a trapanare i pavimenti.

Ora, io sono anche un po’ sensibile all’argomento, perché l’estate scorsa i miei vicini di casa hanno trapanato pavimenti, pareti, soffitti e maròni da maggio a ottobre (non sto scherzando, non è un’iperbole, giuro. In più mattinate di delirio ho valutato il trasferimento come unica opzione possibile per non diventare completamente pazza. Oltretutto la loro carrucola passava sui fili tirati dal mio balcone, che ho dovuto gentilmente rimuovere, e quindi io da maggio a ottobre ho steso le lenzuola in salotto).

Non saprò mai più niente della famiglia bella della casa di fronte: si sono trasferiti e i loro figli faranno feste altrove.

Mi resta solo il fumatore solitario del primo piano, l’unico vero Marlboro Man della mia esistenza, l’uomo che sfida i geli eterni di Winterfell alle dieci di sera, armato solo di ciabatte di panno e accendino.

Che poi uno si affeziona, anche l’Orso ci è rimasto male.

Se cambio prospettiva, ovvero balcone, l’unico motivo di interesse sono i bulgari pazzi per il parcheggio.

I bulgari sono da me così chiamati non perché vadano in giro con dei fuseaux leopardati in testa parodiando Aldo, Giovanni e Giacomo, ma perché hanno questa macchina con targa, appunto, della Bulgaria, che amano più della vita stessa. La parcheggiano esclusivamente nel raggio di venti metri dal loro portone. Se c’è posto solo, che ne so, al fondo della via, la lasciano in doppia fila e allertano alcune vedette per dare l’allarme appena si libera un posto vicino a casa. Penso che facciano i turni 24/7, chiavi alla mano.

Un signore del clan della Sacra Ruota una volta ha scavalcato la finestra di casa  – per sua fortuna stanno al pianterreno – a torso nudo, in pantaloncini e infradito, durante i giorni della merla, per correre a parcheggiare, con uno scatto da centometrista. L’ho ammirato in muta contemplazione dall’interno del mio bozzolo di piumino – sciarpa -cappello – pelle d’orso – scaldino De Longhi sotto le ascelle.

Un’altra volta l’ho visto puntare uno che andava via, spararsi una retro ai trecento all’ora, scendere di corsa dalla macchina in folle, terrorizzare una signora che stava parcheggiando nello spazio che si era appena liberato – incauta donna – battendole vigorose manate sul cofano e gridando è mio questo posto!

Non di rado si possono osservare donne, bambini, cani addestrati, amici prezzolati e vecchie zie invalide di vedetta nel tratto di marciapiede libero, che presidiano il posteggio in attesa dell’arrivo della sacra vettura.

Una volta l’Orso ha lasciato la macchina ferma in zona rossa per più di una settimana e pensavo gliel’avrebbero fatta brillare con il tritolo.

Secondo me dovrebbero fare un crowfunding per un garage, anzi, quasi quasi glielo propongo.

Le avventure legate al logorio del parcheggiatore moderno hanno un loro fascino, ne converrete, ma il mio cuore è con la famiglia bella. Ad averlo saputo, che stavano traslocando, gli avrei fatto almeno un ciao di nascosto con la mano.

E invece.

When the stars make you drool just like a pasta fazool

I momenti salienti delle mie vacanze con l’Orso sono sempre connotati da una certa aura di tragicità eschilea nel momento in cui vengono vissuti, salvo poi diventare affettuosi ricordi ad appena poche ore dall’accaduto (a volte anche meno).

Ecco la top three del nostro ultimo viaggio, che, per amore di verità, è stato particolarmente affettuoso e rilassato, nella nostra personalissima media. Per citare il mio saggio compagno, “Ehi! È stato il primo viaggio in cui non hai mai pianto!”.

  1. L’importante è partire col piede giusto. Alle 4 del mattino sotto una pioggia torrenziale. Arrivare davanti al parcheggio prenotato e già pagato, e rendersi conto che la scritta “aperto 24 ore su 24” mente spudoratamente. Trovarsi fermi sotto la pioggia davanti al cancello, in compagnia dei coniugi Pautasso. Lì io, che quando viaggio divento la donna più ansiosa del pianeta terra e se potessi dormirei direttamente in aeroporto la sera prima, ho avuto un cedimento strutturale che si è tradotto in un monologo di anatemi e bestemmie, non propriamente dirette verso l’Orso, ma, sotto sotto, anche, perché il parcheggio l’aveva scelto e prenotato lui. Abbiamo fatto il nostro ingresso a Caselle lividi, umidi e malumoratissimi. In coda al bar però abbiamo limonato, quindi tutto ok.
  2. Ne uccide più il selfie che la spada. Io garrula nel vento sotto la Statua della Libertà, circondata da gente in posa, il mio gene tacky che si risveglia, e sì: vorrei essere una di loro, delle portoricane che fanno finta di raddrizzare la torre di Pisa, il mio sogno proibito è un selfie stick. L’Orso invece è del partito del fotografo intimista, quelli che nelle foto le persone le rovinano, solo muri e crepe nel terreno, se c’è una presenza umana almeno che sia uno sconosciuto ignaro. Il suo unico cedimento sentimentale sono i gabbiani, che ama, per motivi a me ignoti (a questo proposito citerei un litigio vintage del 2009 a Brighton, quando per fotografare i gabbiani è salito con le infradito ai piedi sulle impalcature al decimo piano: la prima vacanza insieme e tuttora uno dei momenti più alti della nostra relazione litigatoria). Il selfie, per l’Orso, è la forma più bassa dell’espressione umana. Io lo so, eh. Ma quando vengo posseduta dal demone Alpitour, ci provo sempre. “Dai, facciamoci un selfie con la Statua della Libertà!“. Mi ha guardata con disprezzo. “Fattelo tu” (e infatti poi l’ho fatto). Io mi sono sentita come Mimì Metallugico ferito nell’onore. L’Eleonora Duse che mi alberga dentro si è inserita a gamba tesa nella discussione, e da lì è stato un attimo degenerare: sei uno snob, sei una rompicoglioni, sei un poser, sei sempre la solita esagerata, perché fai così, no perché tu fai così, che a guardarci da fuori (e a capire la lingua) forse sembravamo uno sketch sperimentale di Broadway o più banalmente due imbecilli che avevano appena fatto 6.379,43 km per litigare per un selfie. Selfie che in teoria doveva sancire l’amore coniugale e la gioia di stare insieme in luoghi esotici, peraltro. Il tutto è culminato nella frase “Ecco! È già finito l’idillio!“, detta dall’Orso con sopracciglio sconsolato e sguardo perso nel vuoto di Two Dots. L’Orso è bravissimo a litigare giocando ai giochi scemi sul cellulare, è il suo personalissimo modo per mettere le distanze con quanto sta succedendo, come a dire: sì, ok, io c’ero, ma in realtà mi stavo impegnando a battere un record. Comunque mezz’ora dopo stavamo già limonando nel negozio dei souvenir.
  3. Si può discutere solo sulle cose veramente importanti, tipo dove andare a cena. Sottotitolo: è tutta colpa di Yelp! Location: il Rockfeller Center, che, con la sua maestosa sontuosità, si presta particolarmente ad essere teatro di drammi di matrice culinaria. Io volevo mangiare mac and cheese (lo so, sono una donna dai gusti raffinati). Ho espresso questa preferenza rispondendo a precisa domanda (cito testualmente: che cosa vuoi mangiare per cena?), ma il primo risultato della ricerca sul motore della discordia è stato un locale che non c’entrava niente, una roba tipo i Dos Toros Hermanos. Al che l’Orso si è illuminato: andiamo a mangiare messicano? L’inizio della fine. Ecco, allora se devi sempre decidere tu che cazzo mi chiedi. Ma no, io te l’ho chiesto perché possiamo andare dove vuoi tu. Ma io ti ho detto mac and cheese, mica messicano. Bom, e allora andiamo a cercare mac and cheese. E allora non chiedermi se voglio mangiare messicano se ti ho già risposto. Ma sì, era una proposta. E allora facciamo come vuoi tu. No, adesso facciamo come vuoi tu. Allora cerca un posto. Non ci sono posti. Certo, siamo a New York e ci sono solo ristoranti messicani. No, guarda anche tu! (Questa era chiaramente una finta. L’Orso non mi lascia in mano il suo cellulare durante una ricerca manco morto, forse solo se gli mozzassero i pollici e gli indici e dovessi googlare un chirurgo che glieli riattacchi). No ma figurati guarda tu. No, guarda tu. (Sottotesto: anche se chiaramente non sei capace). Ad libitum sfumando. Credo che un gruppo di coreani in vacanza ci abbia ripreso e adesso in Oriente siamo tipo delle star, come George e Mildred ma più mediterranei. Abbiamo danzato tutto il minuetto che va dalla lieve irritazione fino al divorzio per colpa, tutte le sfumature del vaffanculo ci si sono schierate davanti agli occhi come un catalogo Pantone. Abbiamo recuperato in corner quando abbiamo capito che il rischio era di incazzarci così tanto da rinunciare alla cena per mero puntiglio. Abbiamo ripiegato su un Hamburger Heaven a caso, la panza ha delle ragioni che la ragione non conosce.

E niente, questi siamo noi. Siamo proprio noi. Per quello che ne so io, questo è l’amore vero. Quello che ti fa incazzare e poi ti fa anche ridere e poi ti fa di nuovo incazzare e poi lo scrivi sul blog e l’Orso dice dai però, non puoi raccontare i cazzi nostri a tutti. Perché non metti una di quelle bello foto che ho fatto io, in cui si vede mezzo comignolo e uno scampolo di gabbiano?

[Sul raccontare l’amore poi c’è questo corso qua che tengo il 13 maggio da Zandegù. Lì si fa sul serio, dal primo sguardo verso l’infinito e oltre, mica solo le discussioni sceme in terra straniera].

Effetti collaterali di tanta bellezza.

Siamo stati a New York, io e l’Orso.

Lo dico nel caso qualcuno non fosse stato tediato abbastanza dai miei ovvi post su Instagram e Facebook, con indizi appena accennati sullo sfondo, tipo la Statua della Libertà.

Era la seconda volta, e, pur non avendo avuto illuminazioni esistenziali come la prima volta che ci sono stata, quella città mi smuove sempre cose. O forse, più in generale, viaggiare mi crea sempre smottamenti, più de core che de panza.

La sensazione primaria è che ci siano posti al mondo che esigono da te più cose. Che ti chiedono di essere più e meglio, e in cambio ti danno energia purissima e bellezza. New York lo fa forse all’ennesima potenza. Non a caso, in un pomeriggio di sole a Washington Square, mentre l’Orso sgattava vinili in un negozio, mi sono seduta su una panchina a leggere Time Out e mi sono imbattuta in una frase di Scarlett Johansson che diceva esattamente questo:

The city is unforgiving. It’s beautiful and tragic and, you know, available and distant, all in one afternoon.

Nel frattempo, sul blog di Zandegù usciva questo post, che si incastrava bene in quello che stavo pensando. È un post bellissimo e non riesco a smettere di pensarci, scritto con chiarezza magistrale, e la dose giusta di serietà e ironia (ma ci stupisce che Marianna sia così brava? NO).
E poi, in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano, ho comprato in una libreria pazzesca (lo Strand Bookstore) un libro di Alida Nugent che si chiama You don’t have to like me, e raccoglie una serie di scritti  buffi e interessanti sul femminismo, sulla crescita, sulla percezione di sé, sul coraggio di dire le cose.

I fear that I’m ordinary, just like everyone, ha cantato Billy Corgan infinite volte nelle mie orecchie dal 1995, in una delle canzoni che amo di più al mondo, ed è un po’ questo che temiamo in tanti, no? Di essere qualunqui, di non avere stelle che ci esplodono nel petto e nulla di magico per il quale essere ricordati per sempre. E forse nell’era dei social è ancora più sentito, farsi vedere, farsi apprezzare, spiccare fra la massa.
Per ottenere cose che a volte sono davvero necessarie alla nostra sussistenza, ma altre volte servono solo a coccolarci l’ego. E non sto condannando nessuno, dio solo sa se non lo faccio pure io (però spero sempre che intorno a me ci sia qualcuno di abbastanza pietoso che, se vede che esagero, mi dà una botta in testa e mi toglie la connessione).

Ho pensato alla grande città e alle grandi storie di successo: ho pensato a Lena Dunham – perché quest’ultima serie di Girls mi sta proprio piacendo da pazzi, e perché la stimo profondamente – e mi sono detta che c’è un motivo se io non sono mai stata la Lena Dunham di Parella, ed è che lei è più brava di me, si è fatta il culo, ha usato al massimo le sue possibilità e ha fatto quello che voleva. E come lei migliaia di altre persone che sono i Michelangelo o le Frida Khalo di questo secolo e fanno cose pazzesche, che hai voglia a dire ecco loro sì e io no.

Ho pensato che nel mio piccolo orticello urbano, la sola risposta che ho – oltre al grazie al cazzo che per me è un bel passe-partout ogni volta che faccio pensieri ovvi – è fare le cose per me. Non per quello che diranno o vedranno gli altri. Nel senso: il punto non è il dopo. Non è il successo o l’apprezzamento o i fischi e le uova marce. Il punto è come sto mentre le faccio, quanto mi piace farle, quanto sono soddisfatta di quello che ho prodotto indipendentemente dalle reazioni.

E ho pensato al provincialismo, che è quella roba che ti sta attaccata addosso a Torino e a New York e a Castiglione Falletto.
Il provincialismo è pensare che chi ha ottenuto un successo non vale più di te, ma ha solo avuto più culo, più opportunità, le spalle più coperte o whatever. A volte magari succede, ma a volte, semplicemente, è stato più bravo. Più focalizzato. Ha fatto salti nel vuoto che tu, mmmh, anche no. E mentre io tenevo il mio culo ben al riparo dall’abisso, qualcun altro saltava, e scommetteva sul fatto di avere le ali.
Ma il provincialismo è anche pensare che tu ormai quel salto lì non lo fai più. Perché le cose non si cambiano, signora mia. È molto triste ma anche molto rassicurante dirci che le scelte fatte ormai sono scolpite nel granito dei secoli.

Quello che ho pensato mentre smaltivo pollo fritto per le strade di New York, è che non ho il minimo potere sulle decisioni e sulle reazioni degli altri. Sul modo in cui mi vedranno, su quello che diranno di me quando non ci sono, posto che qualcuno abbia davvero il tempo e la voglia di dire qualcosa e pensare qualcosa di me e di quello che faccio – perché uno dei capisaldi della mia intera esistenza è proprio che alla gente, di noi, gliene fotte infinitamente meno di quello che crediamo.

Ho il potere, però, di sapere quello che voglio fare, e come lo voglio fare. E di farlo. Come se nessuno vedesse, anche se poi, inevitabilmente, qualcuno vedrà.
Di far sporgere un po’ le chiappe sull’abisso, giusto per vedere se morde.

[Per le inevitabili considerazioni di costume e i maltrattamenti verbali all’Orso in trasferta, prevedo altri post, magari un po’ meno supercazzola di questo qua].

le avventure acquatiche della giovane Incorporella

Io non sono di quelle che lo sport poi a un certo punto lo rivalutano.

Vorrei che fosse chiaro. Non sono di quelle che sì, non avevo voglia di andarci, però poi sono stata contenta. Non sono di quelle che si sentono in colpa se non muovono le chiappe per alcune ere geologiche di fila. Non sono di quelle che, non l’avrei mai detto ma mi sono appassionata. Sono irrimediabilmente, geneticamente, inesorabilmente pigra.

Lo sono da sempre. L’attività fisica mi fa cagare. Chi mi conosce lo sa e non manca di fare battute al riguardo.

L’unico motivo per cui posso piegarmi a fare sport è se me lo dice il dottore. E stavolta, ahimè, me l’ha detto. La circolazione, le caviglie stile Heidi, le vene varicose in agguato, il gomito che fa contatto col ginocchio, l’invasione degli ultracorpi, dovresti proprio fare acquagym.

Ed è così che, con un moto contrario e inverso e innaturale, ho rubato l’accappatoio di microfibra all’Orso, ho riesumato un vecchio costume Arena in cui sembro l’omonimo rollè, e lento pede mi sono incamminata verso la piscina più vicina che ho trovato.

Ho pagato, reggendo il bancomat come Muzio Scevola la mano sul braciere, l’occhio fisso all’orizzonte, il cuore pieno di nefandi presagi.

Dentro di me già pregavo: dio, fa’ che non ci siano nessuno che ha meno di settant’anni, e che la lezione sia proporzionata all’anagrafe.

Come previsto, ho subito sbagliato qualcosa: non ero mai stata in quella piscina, non sapevo dove cazzo andare, sapevo solo che ad un certo punto avrei trovato un tornello in cui strisciare la tessera, quindi ho strisciato la tessera nel primo tornello che ho trovato. C’è stato un BIIIP gigante e il tornello non s’è mosso. È uscita una signorina un po’ seccata che mi ha detto con tono glaciale “Ha bisogno?”. Io ho subito pensato che mi avessero sgamata: ecco, è lei quella che non fa un saltello dal 2003! Presto, Fitness Police, arrestatela! In realtà è solo venuto fuori che il tornello che serviva a me era al piano di sotto.

Ho trovato lo spogliatoio, dopo aver controllato venti volte che fosse quello delle femmine, per evitare di incappare in una foresta di pirilli e dare scandalo già subito.
Abbandonate le scarpe all’ingresso, insieme ad ogni speranza per un mondo migliore, ho scelto un armadietto a caso, ci ho buttato dentro tutti i miei averi, mi sono inguainata nel mio bel costumino sgambato anni 90. Poi, proprio mentre ero lì piegata cercando di togliermi i calzini per mettere le infradito, ho sentito una presenza a pochi millimetri dalla mia schiena –  ma forse, per amore di verità e vista l’incauta posizione, è meglio dire dal mio culo.

Non era Padre Pio venuto in mio soccorso con una dispensa divina, ma una signora di una certa età, con tanto di piumino e sciarpa nonostante i 67 gradi di temperatura, che mi guardava con disgusto.

“Devo arrivare a quell’armadietto. Lei finisca, io intanto aspetto”.

C’erano altri trecento armadietti liberi, ma io sono riuscita a scegliere proprio l’unico immediatamente sopra a quello desiderato dalla signora, probabilmente sofferente di DOC. Ha aspettato, tutta vestita, mentre l’uranio le si fondeva lungo i fianchi, senza spostarsi di un centimetro.

E così ho finito di cambiarmi e di mettere a posto le ultime cose con una signora mai vista prima amorevolmente attaccata alle mie terga, come un koala molto affettuoso. Il tutto in uno spogliatoio mezzo vuoto, giusto per aggiungere irrealtà alla scena.

Ho messo la cuffia (oh, poi un giorno parleremo anche dell’estrema umiliazione estetica rappresentata dalla cuffia), mi sono fatta la doccia e mi sono addentrata ciabattante nella piscina vera e propria. Ho appeso l’accappatoio in sei posti diversi prima di capire qual era effettivamente la parte giusta della piscina. Per capirlo, mi sono appostata dietro a una settantenne rassicurante e ho copiato quello che faceva lei.

Poi è iniziata la lezione.

Tre cose vorrei sottolineare di questa lezione di acquagym:

  1. La musica: avevo rimosso quali orrori dance potessero accompagnare il movimento fisico in acqua. Credo esistano delle compilation apposta. Le usano in piscina e a Guantanamo per far parlare i terroristi.
  2. Hello scoordinazione my old friend. Tutti su con la gamba destra, e io piego il gomito sinistro. Aprite le braccia verso l’esterno! E io muovo le orecchie come una lepre dei Cotswolds. Saltellare sul posto portando le ginocchia al petto, io mi produco in un triplo carpiato e mi procuro una commozione cerebrale. Oh, non ce la faccio. Deve essere un qualche gene recessivo di cui non ero a conoscenza.
  3. Il tempo non passa mai. Mai. Ho buttato un occhio all’orologio certa che fossero passati almeno venti minuti e ne erano passati cinque. CINQUE. Per tutto il tempo ho ripetuto un unico mantra: machecazzocifaccioioqui. Ciao Buddha, lo so che lo sto facendo male. Ohm.

E poi niente, è tutto finito, anche se credo che in qualche universo parallelo ci sia ancora una versione di me che lancia involontariamente pesetti di gommapiuma in testa alle vecchiette, che, per inciso, mi hanno dato merda alla grandissima, dal punto di vista motorio. Asfaltata, proprio. Ma mi hanno anche dato supporto: brava, per essere la tua prima lezione te la sei cavata, continua così, ci vediamo dopodomani?

Ma che dopodomani, signore, io una volta alla settimana e fa’ che t’nabia.

The rain was never cold when I was young

Cose che documentano la vecchiaia ben più di qualsiasi numero scritto su un pezzo di carta con la tua faccia sopra.

Sanremo. Proprio guardare Sanremo, la cosa in sé.
Madonna i giovani che brutte canzoni che fanno.
Ma che cazzo di capelli ha?
La caviglia nuda però dai. Io comunque anche quando li vedo per strada con quelle caviglie scoperte, ma non hanno freddo?
Eh però quelle belle canzoni degli anni 80 che ti restavano in testa per anni. I classiconi. Non le scrivono mica più quelle canzoni lì.
Ma chi cazzo è Fabrizio Moro?
Ma ha detto merda? No dai, sul palco dell’Ariston merda no però.
Alza un po’ che non sento.
Abbassa un attimo che mi sta assordando.
Valeria Mazza comunque si conserva bene. Sarà che la scongelano una volta all’anno per promuovere la sua clinica de la velessa.
Senza Vessicchio e Coconuda però non è veramente Sanremo:
Crozza io me lo ricordo con i Broncovitz ed era tutto un’altra cosa. E comunque non fa ridere.
Maduuuu com’è invecchiata/o!
Alcuni fanno anche un po’ tenerezza, dai.
Le coriste dove le hanno mese quest’anno? In una buca? Fateci vedere le coriste, cazzo!
Certo che tu studi il violino al conservatorio per anni e finisci a fare le basi per Clementino, cioè, a volte la vita  non è che proprio ti premia.
In che senso fine prima parte? Ma hai visto che ore sono?

Ma voi state ascoltando? Ah no, io ho smesso dieci minuti fa.

Cos’è questo, il momento della gente normale o quello del tema sociale?
Speriamo che non usino i bambini. No il cane no poverino però, dai. Adesso vedrai che fa la cacca sul palco.
Ma perché Carlo Conti è vestito come Willy Wonka? Però è un po’ meno marrone del solito. Cioè, se lo vedi da solo, poi di fianco agli altri si vede che comunque è color mogano.
Questa piace ai giovani.
Questa piace a mia mamma.
Questa premio della critica.
Questa podio, non so in che posizione ma comunque podio.
Questa la passeranno un casino al supermercato.
Questa va bene per i centri estivi.
Questa fa veramente ma veramente cagare.
Questa è bellissima. Ma la canzone? No, lei.

Tiziano Ferro sposami, sii il padre dei miei figli, poi se vuoi lasciami per un altro, ma rimaniamo amici.
Lui sì che è un artista completo.
Anche un po’ il figlio di Massimo Ranieri, secondo me, guardalo bene.

Post scritto a due mani, ma attingendo ad almeno sette teste. Adesso vado, che comincia la seconda serata.

Giuro che Tiziano Ferro non è stato molestato per la stesura di questo post. Purtroppo.