Stanno stretti sotto i letti

Ok, l’ho fatto. Un piovoso pomeriggio di novembre, mi sono recata ala visione pomeridiana della nota pellicola cinematografica IT, tratta dall’omonimo romanzo del grande Stephen King.

Libro mito assoluto, aspettative… beh. le aspettative non erano né alte né basse. più che aspettative erano preghiere. Fa’ che non sia una cagata pazzesca.

Ho cercato di leggere meno recensioni e commenti possibili, prima. Dal momento che non vivo in una baita in Val Chiusella, qualcosa mi è capitato sotto gli occhi, qua e là.

Il fatto è che non volevo fare la nerd oltranzista che va a vedere un film a chiappe strette perché parte dal presupposto che il libro è sempre meglio. Libro e film sono due linguaggi completamente diversi, aspettarsi la stessa cosa è demenziale.

Ma, del resto, se vai a vedere un film tratto da un libro che hai riletto decine di volte, e che sai quasi a memoria, e che hai amato come si amano solo certe storie di inaudita potenza che porti conficcate nel cuore ovunque tu vada, per forza il rischio cagata pazzesca è dietro l’angolo.

Oltretutto stiamo parlando di un libro che ha più di 1300 pagine. Già dividendolo in due, è una botta di materiale non indifferente. Materiale incandescente, tra l’altro.

Allora, il film mi è piaciuto?

Mah, sì. Ha una chiave molto più horror rispetto al libro, mi è sembrato.

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Artwork bellone fatto dall’Orso, AKA Aleroundyou

[Oh, da qua ci si addentra in due territori pericolosi. Quello dell’opinione personale, che è la mia: non sono Morandini né voglio esserlo, quindi se vi sembra che dica cagate, fatevene una ragione.

Il secondo territorio è quello degli spoiler: se non avete ancora visto il film/letto il libro, chiudete tutto e andate a fare altro. A meno che non ve ne freghi niente di scoprire cose che non sapevate succedessero, in quel caso ok. Non voglio scene in stile “Beth muore!“. ]

Diciamo che, se il romanzo It è per me un capolavoro, il film è un buon horror, ma non diventerà uno dei miei film culto da rivedere ciclicamente con amore e struggimento – come mi capita, per esempio, con i vari Harry Potter.

Cose che mi sono piaciute assai:

  • il cast. I ragazzini sono scelti benissimo, Ben è un ravioletto al vapore ripieno di burro e tenerezza, me lo sarei portato a casa in una scatola seduta stante, per dire. Bill Skarsgård è un ottimo Pennywise, persino Bev con i capelli corti m’è piaciuta.
  • Derry. La ricostruzione della città, e dell’atmosfera, è riuscita benissimo. La casa di Neibolt Street, i Barren, l’orrido Paul Bunyan di plastica: ci siamo, siamo lì, e guardati le spalle e non ascoltare le voci che vengono su dallo scarico del lavandino.

Cose su cui pensavo di aver da ridire e invece no:

  • l’ambientazione anni 80. È vero, resto fan di quegli anni 50 col frappè nel bicchiere di vetro e la ciliegina, ma alla fine, se entriamo un attimo nell’ottica di questo eterno revival dell’Era Del Mullet, il fatto che si svolga nel 1988 non toglie nulla alla forza della storia
  • la preponderanza della figura del clown rispetto alle altre incarnazioni di It. Per quanto la caratteristica di mostrarsi in maniera diversa attingendo alle paure più profonde del singolo, sia sicuramente una delle cose più caratterizzanti di It, è anche vero che, cambiando di continuo mostro in un film di due ore, si rischia di mandare in confusione lo spettatore. O almeno, è molto più difficile far passare che il clown, il lebbroso, l’uccello gigante, i bambini morti annegati e tutta l’allegra compagnia degli orrori sono la stessa cosa.
    In più, come già detto, il Pennywise attuale è strepitoso, quindi sfruttarlo al massimo è legittimo.
  • Bill che va a cercare Georgie perché non ne hanno mai ritrovato il cadavere. Questa è chiaramente un po’ una minchiata, ma secondo me c’era l’esigenza di spiegare in fretta perché ‘sti sette stolti stanno a sguazzare nelle fogne tutta l’estate.

Cose che mi sono chiesta: ma dove cazzo sono finite? Perché le hanno epurate così? Cosa gli costava lasciarle?

  • l’inalatore di Ed. Sì, compare, ma non è il feticcio salvifico del ragazzino -ipocondriaco per procura. È solo uno dei tanti gadget sanitari che si porta dietro.  Sembra quasi che a metà film regista e sceneggiatori si siano guardati e abbiano detto, oh merda, ci siamo scordati l’inalatore! E l’abbiano ficcato in una scena a caso.
    Mentre invece, cazzo, l’inalatore di Ed! Che diventa arma, grazie alla sua immaginazione. Scusate ma io sull’inalatore di Ed non transigo.
  • il papà di Mike. Non pervenuto. L’uomo che insegnerà al figlio la storia di Derry, e che è forse l’unico adulto ad avere un’intuizione vaghissima dell’esistenza di It, non c’è. Mike è orfano (?) e vive con dei rudi braccianti in una fattoria la cui economia si regge sullo sparare in testa alle pecore.
  • la fionda di Bev. Passi tagliare tutto il pippone sulla pallottola d’argento, avendo eliminato l’apparizione del licantropo etc, ma la fionda di Bev – malamente rimpiazzata dalla pistola ammazza-pecore dell’improvvisamente orfano Mike – secondo me ci stava anche senza dietrologie.
  • la capacità dei Perdenti di sconfiggere It attingendo alle cose che amano e che, alla fine, nel senso più profondo della storia, sono quelle che ti salvano dalla paura e dalla follia. Io questo nel film non ce l’ho proprio trovato, e mi è dispiaciuto.

Momenti WTF???

  • il padre di Henry Bowers che è anche lo sceriffo (tra l’altro, visto in un totale di tre scene, in una è zitto, in una sbraita, nell’ultima muore). Ma perché? Ma cos’è quest’avanzamento di carriera del vecchio sbronzone che vive di espedienti?
  • la donna-mostro, un po’ quadro di Modigliani, che terrorizza Stan. Ma da dove l’hanno tirata fuori? C’è qualche teoria accreditata che io non so? Illuminatemi.

Ecco, e poi la cosa più stronzissima di tutte che io proprio lì stavo per alzarmi nel buio del cinema e dare sfogo al mio sdegno con effetti speciali, tipo prendendo a borsettate la signorina dei pop corn.

BEVERLY CHE VIENE RAPITA DA IT. SALVATA. E RISVEGLIATA CON UN BACIO.

No, cioè, questa era proprio gratuita e inutile e anche se c’è un vago collegamento – presumo – con il rapimento di Audra nella parte relativa all’età adulta, comunque, no. Non puoi prendere Bev e farla diventare una qualsiasi damigella in difficoltà.

Capisco tagliare la scena di sesso di gruppo tra minorenni, che nel libro è resa in maniera ineccepibile, ma poteva essere troppo difficile sullo schermo. Però non si può dimenticare che è Bev che, con forza, tiene unito il gruppo e restituisce ai Perdenti un senso nel momento in cui tutto sembra perduto.

Per me quella scena lì, di lei appesa come un salame, inerte, impotente, che attende l’arrivo dei baldi giovani, proprio devono toglierla e mandare una lettera di scuse al mondo.

Per il resto, sono contenta di aver visto It al cinema – certo, peccatone per il doppiaggio, in lingua originale c’era ma non era compatibile con gli orari e gli impegni della cumpa Incorporella. Se mi chiedessero, vale la pena di andarlo a vedere, avendo letto il libro? Direi, sì. Puoi godertelo.

Ma il libro, come sappiamo, è un’altra storia.

Non per modo di dire, ma nel senso che parla proprio di altro, secondo me.

Parla del nostro amore – per le cose e le persone – che ci tiene vivi e vegeti e forti e combattenti anche quando siamo minuscoli, spaventati, laceri, nascosti.

Quel potere, quella magia, quella capacità di salvarsi e salvare gli altri, gridando con la voce del Poliziotto Irlandese, o nominando una a una le diverse specie di uccelli, o raccontando che sì, stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti, ecco, di tutto questo io nel film ho trovato solo tracce debolissime. E mi dispiace, perché è un’occasione perduta.

[Comunque io di It e del significato che ha per me ne avevo già parlato, in parte, qui. Mi ripeto? Oh yes. E del resto, c’ho una certa].

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I Nelli alle Crociate

[Questo post è sponsorizzato da Metodo Gattini. Per saperne di più, fai finta di niente e aspetta che passi]

A casa mia, ci piace l’enigmistica.

Da generazioni: non ricordo di aver mai vagato per casa di mia nonna Banana senza imbattermi in qualche Settimana Enigmistica o Domenica Quiz compilata da più mani diverse.

Noi bambine cominciavamo con i classici: unisci i puntini, colora gli spazi, disegna i baffi a Gabriella Golia in copertina. Trova le differenze, risolvi le indagini di Leo, personalizza le barzellette, contrassegnando con una freccia i personaggi della famiglia corrispondenti. Tipo: generalmente la tettona svampita sull’isola deserta era qualche fidanzata (o ex) di mio zio Bobo, la moglie col mattarello mia nonna, il travet vessato mio papà e mia mamma la spendacciona carica di pacchi. Più varie ed eventuali.

Dei quesiti della Susi, a memoria d’uomo, nessuno ci ha mai capito una mazza, anzi, a volte se ne disquisiva tra il cotechino e il purè e mai una volta che fossimo tutti d’accordo.

Con il tempo e l’esperienza, ho scalato le vette degli schemi semplici, e, ad oggi, faccio un solo tipo di cruciverba: quelli ermetici. Triploverbi, cruciermetici con trasferimenti, megaermetici, però quelli. Per questo, ad oggi, il mio giornalino preferito, con buona pace dei puristi, è la Domenica Quiz Mese, che ha tanti tanti ermetici, e tutto il resto chissene.

Di recente, ho imparato a fare l’ensoverba, ma non so ancora se sarà un amore duraturo.

Mi rendo conto che sto toccando punte di sfiga inaudite, ma, whatever.

Dei rebus non ci ho mai capito una sega, per inciso: questo per dire che, quando qualcuno prova ad appiopparmi dell’intelligenza fuori luogo a causa di questo mio guilty pleasure, ci tengo a precisare che gli enigmisti veramente intelligenti sanno fare i rebus, e io no.

[Nemmeno gli anagrammi. E il sudoku. Non sono brava neanche ad essere nerd].

Della Settimana Enigmistica prediligo le cornici concentriche e il bersaglio: ma gli ermetici della Domenica Quiz per me restano il top.

La vera campionessa, comunque, è mia mamma.

Mia mamma è così spavalda che fa le parole crociate a penna.

Provo un brivido a metterlo così, nero su bianco. Io solo matita e gomma e frequenti cancellature e grandi porconi. Mio papà anche. Sulle matite poi si può aprire una grande parentesi.

Le matite, a memoria storica, dai tempi di mia nonna Mary, non si buttano. Si usano finché sono sono lunghe pochi millimetri, che per scrivere devi tenerle fra le unghie e puoi temperarle solo con attrezzi da cesellatore medievale, e poi si ripongono in apposite scatole, dove stanno a riposare finché i tuoi eredi non le ritroveranno. Se i tuoi eredi hanno più buon senso di te, le butteranno.
Ovviamente, essendo il patrimonio genetico quel che è, i tuoi eredi non le butteranno. Rimpolperanno le scatole di nuovi cadaveri di matitina e le lasceranno lì, in attesa che gli archeologi del futuro le ritrovino e si domandino come e perché.

Io ho una pericolosa tendenza alla conservazione delle matitine. Il gene Scopello ha annacquato l’istinto, ma non troppo. Inutile dire che l’Orso mi schernisce non poco, quando mi vede impugnare una matitina tra pollice e indice cercando di temperarla, in evidente spregio a tutte le leggi della fisica.

La regola inoppugnabile dell’enigmistica chez Incorporelli, è che le risposte non si cercano su Google. Mai. Forse solo di nascosto a tarda notte chiusi in bagno, sudando, con enormi sensi di colpa.

Puoi chiedere un aiuto a chi ti sta accanto, fare sondaggi fra i conoscenti, telefonare alla zia ex professoressa – che è un po’ una versione beta di Google, a ben pensarci. Il codice d’onore dell’enigmista lo consente, ma ricorrere al motore di ricerca dell’Intenet è un’onta, che nessuna gomma può cancellare.

In caso di disperazione, babbo Nello ricorre all’enciclopedia, quella di carta in seicento volumi. Scartabella, suda, ravana fra le definizioni e scopre informazioni casuali che non c’entrano niente con la soluzione ma che ricicla poi in occasioni mondane. Fingendo tra l’altro che siano informazioni alla portata di tutti, e ignorante tu che non lo sai.

Ecco una sua frase tipo:

“Ma come, non sai che cos’è un succiacapre? Ma dài! Il nottolone! Ma insomma!”.

Quando il superermetico è finito, io generalmente ho tre tipi di risultati:

  1. parole che so, che ho intenzionalmente scritto e che corrispondono a realtà
  2. parole che sono chiaramente sbagliate e non esistono, tipo “abursalengo”
  3. parole che sono sicura siano sbagliate, ma che a quel punto vado a controllare nelle soluzioni e scopro essere giuste. Lì le googlo, pensando “così la prossima volta lo so”, ma tipicamente, la volta dopo, mi sono di nuovo dimenticata che cosa vuol dire “trozza” o “saluen” o “comneni” e quindi ciccia

Forse è proprio a causa di questi epiloghi reiterati che sono affezionata all’enigmistica: mi diverte, mi intrattiene, e mi sembra anche paradigmatica di un po’ tutti gli ambiti della mia esistenza.

You can’t shut off the risk and the pain without losing the love that remains

L’altro giorno parlavo con Marianna della fiducia.

Sì, ci piace scegliere temi leggeri quando beviamo un caffè nella luce della Zandesede.

(Non è vero, parliamo anche di vestiti di ASOS e dei pettorali del dottor Karev, ma, via, immaginateci un po’ intellettuali, per una volta).

Io su questa cosa della fiducia ci ho passato un sacco di tempo, a farmi filmoni mentali e a sviscerare i pro e i contro con esempi pratici, che spaziavano dalla letteratura a Un Posto al Sole alla trisnonna della portinaia.

La sola conclusione a cui sono giunta, è che ci sono persone che si fidano e persone che no. Credo che nasciamo così, in un modo o nell’altro.

Io sono una che di base si fida.

Mi fido da boccalona, eh: mi fido del signore della Nespresso che mi dice che la nuova limited edition cacca di babbuino e chicchi del Venezuela è buonissima, mi fido dell’ammorbidente che col suo magico profumo mi trasmigra in Provenza. Mi fido del fondotinta che renderà la mia faccia uguale a quella di una modella sedicenne cresciuta tra i campi di grano dell’Oklahoma. Mi fido di chi mi ha detto “non sei tu, sono io“, ma anche “è la prima volta che mi capita” e persino “ma no ti giuro non è successo niente, è solo un’amica”.

Mi fido del signore della telefonia che mi fa firmare un contratto capestro di settecentoventidue mesi a soli quarantanoveenovantanove euri al mese con prelazione sui primogeniti miei e delle generazioni a venire, per avere in omaggio un Huawei usato e trentasei minuti di conversazione al bimestre.

Nella vita e nel lavoro, fidarmi mi è costato caro. Specialmente in termini di autostima: perché quando ti accorgi che sì, ok, la gente è stronza, ma soprattutto tu sei scema, trovarti una giustificazione che non ti faccia vergognare di te non è semplice.

Eppure.

Alla fine della fiera, non farei cambio. Mi piace pensare che una parte di me, rappresentata graficamente come una contadinella in salopette che tiene al guinzaglio un pony-unicorno, resti convinta della fondamentale bontà delle persone. Che sì, ci sono un sacco di malintenzionati, ma in fondo a fidarsi ci guadagni sempre di più che a guardare tutti in cagnesco tipo Scrooge con la gastrite.

Mio papà mi ha sempre ripetuto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ma la cosa non ha attecchito, anche perché è detta da uno che ha fatto entrare in casa gli Hare Krishna e ha comprato tipo quattro libri sull’illuminazione e il bodhisattvayana solo perché gli facevano tenerezza, perciò.

E sì: anche io, dopo l’ennesima inculata con la sabbia, mi sono guardata allo specchio, ho alzato i pugni al cielo e ho giurato al cospetto degli dèi e degli uomini che mo basta, sarei diventata la regina delle nevi, cuore di pietra e sguardo di ghiaccio, sempre all’erta fra le insidie della giungla metropolitana. Poi sono uscita di casa, uno mi ha detto Dai guarda! Un porcellino a pois che vola! E io mi sono ritrovata col naso in su a cercarlo fra le cime dei platani.

La verità è che le inculate bruciano e te le ricordi meglio, ma se poi fai veramente il conto è più quello che hai guadagnato fidandoti che non quello che hai perso.

Il fatto è che io credo che la fiducia sia gratis.
Nelle relazioni umane e in quelle amorose soprattutto. La fiducia si guadagna ma fino ad un certo punto: perché se tu credi nella persona che hai davanti, non ti servono poi molte dimostrazioni, e vale anche il contrario. Se navighi a vista nel mare del sospetto, ogni indizio punterà contro.

Poi dipende anche un po’ da come vuoi (o sai) vivere. Io trovo che dubitare sempre delle reali intenzioni di chiunque sia una fatica terribile.

Né sono poi così convinta che questa fatica ti tuteli veramente. Non credo che lo stress del vivere sempre sul chi va là alla fine si traduca davvero in una vita priva di delusioni e amarezza. Anche perché forse – forse – l’amarezza più bruciante è proprio il senso di solitudine profonda che ti accompagna costantemente quando pensi che non puoi fidarti davvero di nessuno.

La vera saggezza, mi pare, è prendere atto di questa fiducia tradita, accettarla per quello che è senza negarla, rigare la macchina del soggetto in questione con un punteruolo da ghiaccio che fa subito Sharon Stone, e poi andare oltre.

Archiviarla, non dimenticarla – sul dimenticare i torti, mi spiace ma non ho mai imparato. Sono campionessa in carica di recriminazioni: fiduciosa sì, ma cagacazzo di più.

E non farla scontare a chi verrà dopo. Non farla scontare a te stessa. Tienila viva, la boccalona in salopette.

Ma se non sei capace di fidarti? Come impari?

Ecco, io non ne ho idea. Però magari comincia col dare retta a una promoter, le nuove merendine variegate menta e gorgonzola potrebbero davvero essere buonissime.

a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

I solemnly swear that I’m up to no good

Il freddino arriva di notte e ti fa chiudere la finestra e so che c’è chi prova sollievo ma io no, solo l’agrodolce malinconia di settembre.

Vorrei dire che settembre è una merda ma non ci riesco. Mi dà di gomito con i suoi colori, mi solletica con i suoi cieli azzurri, mi sprona con la sua arietta: hop, hop, hop, sembra dire, dai che ce la fai, con ‘sto culone. Shake it.

Settembre è un maledetto istruttore di ginnastica dolce, che vorresti odiarlo, ma non ce la fai: sorride, non ti chiede troppo, in definitiva, solo di sgranchirti le ossa e rimetterti al lavoro, un po’, gradatamente, fa bene alle articolazioni, rilascia le endorfine, in fondo sai che ha ragione, ma chi c’ha voglia?

Non c’è scampo dai ricordi, a settembre.

Ogni foglia che cade sui viali è un primo giorno di scuola con lo zainetto – dei Puffi, di Barbie, Invicta Fluo – sulle spalle, senza dare le mani a chi ti accompagna, imparare la strada da sola, e ricordarla da un anno all’altro con minime, graduali variazioni.
I quaderni nuovi e in cancellino Pelikan con la punta bianca, la quiete prima dello scempio sotto forma di macchie d’inchiostro in ogni dove.
Ogni anno una stilografica nuova, le mangiucchiavo talmente tanto che una volta mi sono fatta esplodere una cartuccia di inchiostro rosso in bocca e alla maestra è venuto un infarto, oddio la bambina vomita sangue e continua imperterrita a scrivere i pensierini, martire dell’educazione elementare.
La tragedia si è ripetuta a casa, mia mamma ha trovata il fazzoletto imbevuto di macchie rosse appallottolato a caso in una tasca di lato, ma cosa ti è successo oggi a scuola? Niente, il solito, perché? The perks of having una figlia scema.

I primi di settembre noi si era ancora al mare in Romagna, e quest’anno ci sono tornata per una breve vacanza da figlia, la Nelli Posse alla riscossa.

Se ne sentono tante di critiche alle vacanze in Romagna, io le leggo e subito mi incazzo, poi subentra la certezza che se la vacanza di riviera la disprezzi è perché lì non ne hai mai fatte di felici, e allora, sai che c’è, mi spiace per te, ma tantissimo, perché la dolcezza felice di una vacanza a Riccione – o di più vacanze, una dopo l’altra sgranate come chicchi d’uva soda e golosa – te la porti dietro come riserva di gioia per una vita intera.

Dopo quindici anni, ho messo i piedi sulla sabbia fine e morbida come borotalco, e mi sono sentita a casa, ché tutti abbiamo bisogno di un posto dove sentirci a casa lontano da casa, e il mio era lì, nell’odore di salsedine, oleandro e bomboloni.

Perché ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda: quella canzone che tutti ben sappiamo la ascoltavo l’estate che era uscita proprio mentre ci andavo, a quel mare, dopo lo svincolo tragico di Borgo Panigale che allunga sempre il viaggio proprio quando ti sembra che dai, ci sei quasi.

Ecco, settembre mi sta sul culo perché è il mare, ma anche partire, dal mare, e tornare a casa e dover essere bella pimpante e promettere che quest’anno ci proverai, a non masticare tutte le penne e le matite e i pennarelli e gli stinchi dei tuoi compagnucci di classe come un ruminante impazzito.

Allora facciamo che io settembre e i suoi piani per il futuro li ignoro. Faccio finta che non esistano. Mi rifiuto di avere buoni propositi e di sgambettare lietamente sul sentiero della produttività. Me ne sto qua seduta e ascolto l’eco dell’onda che ho ancora dentro. Vado in cerca di storie. Faccio il pieno, ancora un po’, della luce limpida della sera.

Voi andate pure avanti, eh: io dieci minuti e arrivo.

Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

someday you will find me, caught beneath the landslide

Quando avevo tredici anni, alla fine della terza media, i miei genitori mi hanno mandata per la prima volta in vacanza studio in Inghilterra.

Avevo una paura porca.

Per me la scuola media non è stata esattamente un’esperienza da sballo.

Avevo un anno in meno di tutti i miei compagni di classe, il che, a dodici anni, si traduce nel giocare ancora a Barbie quando le tue compagne cominciano a fare i pompini (true story).

Ho pochissimi ricordi, e molto vaghi, di quei tre anni nel loro insieme.

Un giorno, a seguito di non so più quale fatto di cronaca, l’Orso mi ha chiesto: ma tu sei stata oggetto di bullismo da bambina? (L’Orso, ricordiamolo, ha visto il peggio delle mie foto di quegli anni, la sua domanda è più che legittima. C’avevo proprio l’aspetto tipico di quelle che vengono lasciate un trimestre con la faccia incastrata nel cesso, con tanto di occhiali e maglione peruviano con bamboline applicate, che ovviamente adoravo).

Ho frugato nella mia lacunosa memoria di allora e gli ho risposto: sì, probabilmente sì, ma non me ne sono mai accorta.
Con il senno della vecchia signora che sono, mi rendo conto che è più che probabile essere stata oggetto, quanto meno, di scherno e dileggio, di prese in giro ad ampio raggio. Ma io vivevo in un’altra realtà, parallela ma separata in maniera netta da quelle aule e quelle ricreazioni.
C’era la mia famiglia, sempre presente, i Nelli, le nonne, cuginanza varia, zii di sangue e zii d’elezione, una profusione d’amore che mi riverberava sempre addosso, una protezione ad ampio spettro contro la dura legge del gol.
Avevo i libri, soprattutto: il magico mondo dal quale non uscivo mai, se non per cause di forza maggiore. Chi ha bisogno del mondo reale quando c’è la letteratura?

C’era qualche amicizia, sporadica, particelle di sodio in acqua lete, qualche affetto residuo dalla scuola elementare, un po’ trascinato a forza, ma abbastanza per non farmi sentire sola.

A me, in quei primi di luglio mentre facevo la valigia, la vacanza studio in Inghilterra non sembrava un’idea così geniale – per dire, quando della vita non sai un cazzo.
Pensavo di non averne bisogno. Sì, certo, Londra l’avevo vista con i miei genitori e subito amata pazzamente, ma due settimane due con gente che praticamente non avevo mai visto, a fare cose che boh, cosa si fa a parte imparare l’inglese? Avrei poi scoperto che poi si fa tutto tranne imparare l’inglese, volendo, ma.

Sì, ero un po’ contenta, ma se mi avessero detto che era saltato tutto all’ultimo minuto, avrei fatto spallucce, mi sarei dispiaciuta un po’ e poi mi sarei ributtata di testa in qualche Gaia Junior o nell’ascolto ossessivo di Use Your Illusion.

Arrivata a Caselle, con la mia Samsonite lilla nuova fiammante, ero stata presa proprio un po’ dal panico. I Nelli, nella loro infinita saggezza, mi hanno baciata, fatto due raccomandazioni, affidata a chi di dovere e buttata nella mischia a calci in culo, senza girarsi indietro. Forse con qualche palpitazione, ma certi di aver fatto la cosa giusta, e infatti.

In quella vacanza ho conosciuto alcuni tra i migliori amici che avrò mai nella vita, ma non solo. Ho trovato la persona che ero, nel mondo reale, fuori dai libri e dalle cuffie del walkman.

Ho scoperto che, con le persone giuste, era facile essere me. Ridere di tutto, ma dei miei limiti e dei miei difetti in primis. Fare casino. Essere scema. Condividere i famosi discorsi esistenziali dei tredici anni alle due di notte, lacrime e abbracci, dediche e dichiarazioni, figure di merda e momenti di gloria.

Quando penso alla densità che aveva allora il tempo, mi chiedo dove cazzo è andata a finire, quell’intensità pazzesca, che in un pomeriggio demoliva imperi e riscriveva relazioni e ribaltava equilibri, e poi via, altro giro, altra corsa, altre cazzate inenarrabili.

Di quegli anni, mi resta per la prima volta la sensazione di essere un gruppo – perché poi, con qualche variazione, ci siamo trovati bene e abbiamo costituito un nucleo che ha messo a ferro e fuoco le strutture delle vacanze studio per sei anni consecutivi. Fino alla maggiore età, ché dopo non si poteva più, ma avremmo voluto.

Mi restano delle foto inguardabili che testimoniano tutti gli stadi dell’abbrutimento a cui una teenager può aspirare nel vano tentativo di essere alternativa.

Mi restano quaderni pieni di frasi criptiche che mi fanno ridere come una cretina anche vent’anni dopo.

Eravamo orribili e meravigliosi, rumorosi come un branco di bufali sotto LSD, grandi bevitori di Tango all’arancia e Coca Cola aromatizzata alle cose che non si trovavano in Italia, capaci di prenderci per il culo fino alla sfinimento, ma anche ferocemente amorevoli nei confronti gli uni degli altri, quando ce n’era bisogno.

Io devo molto, a quegli anni: se dovessi scegliere una cosa sola, la capacità di non prendermi troppo sul serio.

E quella di interagire con i teachers locali – che ci sembravano super maturi, ma avevano vent’anni – per ottenere qualche birra di contrabbando, passata fuori dalla finestra del pub.